sabato 23 luglio 2011

Fondamentalismo e alterità

...nel linguaggio comune, si può notare che l'impiego dell'espressione “straniero” implica una caratterizzazione in termini esclusivamente negativi, poiché allude a ciò che gli individui così designati non sono (originari del nostro paese) o a ciò che non hanno (la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra religione). L'espressione si limita a rilevare il loro essere-esterni privo di qualsiasi altro connotato salvo quello della stranezza, che dà una particolare tonalità alla parola sia in italiano sia in francese (étranger) e in inglese (stranger). All'esteriorità si aggiunge così la nota della difformità da ciò che è consueto, e che perciò suscita perplessità e sconcerto. In molti casi, dunque, è “estraneo” o “straniero” quello che è anche percepito come “strano”.
Il primo effetto semantico di tale rappresentazione linguistica è l'oscuramento di ogni differenza tra le molteplici identità linguistiche, culturali e religiose di cui è costituita l'umanità che viene da fuori: ciò che dell'”altro” il termine straniero ritiene pertinente è semplicemente la sua non-appartenenza, rispetto alla quale ogni ulteriore nota distintiva appare irrilevante o del tutto secondaria.
L'anonimato in cui l'appellativo di “stranieri” rigetta la varietà dei gruppi umani si riflette sulla natura della relazione che entro tale orizzonte di senso diventa possibile, rendendola massimamente impersonale: ciò che mi unisce a colui che, per me, non è che uno straniero non può avere nulla di unico e di esclusivo, ma mi accomunerà a lui come un numero indeterminato e del tutto indifferenziato di altri individui; ciò che, viceversa, da lui mi divide, racchiuso nella sua strana esteriorità, acquisterà su questo sfondo un'importanza decisiva. Per questa ragione, come sottolinea ancora Simmel, lo straniero è ambivalente: vicino e lontano, escluso e incluso, attratto e respinto. Nell'interazione fra straniero e gruppo emerge una dinamica di apertura e chiusura. La chiusura risponde appunto all'esigenza della comunità di conservarsi inalterata per tutelare la propria identità; l'apertura risponde all'esigenza del rinnovamento con risorse nuove.
L'immagine degli stranieri che lo specchio del nostro linguaggio ci riflette è, dunque, quella di una massa anonima e indifferenziata di uomini che, in quanto abita la nostra terra e la nostra cultura senza affondare in esse le sue radici, ci è intrinsecamente estranea. Le molte differenze che, con le parole e con la pratica, in realtà si fanno tra differenti categorie di stranieri (comunitari ed extracomunitari, legalmente soggiornanti o clandestini, profughi, rifugiati, esiliati, ecc.) si inscrivono tutte, come determinazioni aggiuntive, entro un'identificazione al suo interno semanticamente vuota e i cui significati si addensano sul confine netto che essa demarca tra poli nettamente contrapposti. È a partire da questa struttura formale che il rapporto può configurarsi più facilmente nei termini dell'opposizione amico-nemico (Umberto Curi: Straniero – Raffaello Cortina Editore, Milano 2010).