mercoledì 30 novembre 2011

Libertà e fine vita

Il caso di Lucio Magri pone e impone una riflessione sulla libertà di ciascuno di disporre della decisione riguardo al momento della propria fine.
Al di là del caso particolare per il quale provo profondo rispetto e di conseguenza non ritengo giusto dissertare in quanto ciò che è accaduto è frutto di scelte personali e percorsi sconosciuti se non ai protagonisti della vicenda, mi pare opportuno cogliere l'occasione per una riflessione. La religione cristiana afferma che l'uomo non è padrone della propria vita in quanto essa è dono divino, di conseguenza soltanto Dio può decidere il quando e il come questa può aver termine. Sempre la Chiesa cattolica però accetta, anzi incentiva, la scienza medica che prolunga a dismisura l'opportunità di vita attraverso pratiche terapeutiche dal significato naturale quantomeno discutibile.
L'utilizzo di tecniche terapeutiche più o meno invasive ha permesso di procrastinare l'aspettativa di vita per determinati pazienti in un tempo non lontano destinati a morte breve, ad un prolungamento indefinito di sopravvivenza biologica a scapito di qualità e dignità della vita stessa.
Ma non è solo di questo che vorrei riflettere.
Il tema del diritto al suicidio, assistito e non, è un tema scottante che niente ha a che fare con accanimenti terapeutici o stati vegetativi di qualunque genere. Stiamo parlando qui di persone che decidono di porre un termine preciso alla propria vita coscientemente, nel pieno delle loro facoltà mentali e cognitive. La domanda che bisogna porsi è la seguente: può l'uomo decidere come e quando morire? e se sì ha diritto a un'assistenza in questo senso? Tornando a Magri leggo che egli stesso rifiutava l'idea di una morte violenta autoprovocata per se stesso, da qui la scelta di ricorrere all'agenzia svizzera preposta allo scopo. Il regista Monicelli, altro esempio della disperazione di questi ultimi tempi, ha scelto invece questo tipo di conclusione, con tutta la violenza che ne è conseguita, forse a causa della mancanza di alternative, vista la situazione ma il concetto non cambia. Entrambi, come numerosi altri casi silenziosi perché non conosciuti ma altrettanto reali, hanno posto fine ai propri giorni in modo cosciente, dettato da una disperazione che non trovava scampo, come unica uscita da un malessere di vita negazione della vita stessa. Da un'intervista a Valentino Parlato apparsa su La Repubblica emerge il fatto che Magri temeva la vecchiaia come portatrice di malattie. Al di là della depressione annunciata sulla stampa in questi giorni di cui pare fosse affetto non so quali altre patologie interessassero l'esponente comunista e comunque non è questo che ci interessa. Ci interessa invece l'identificazione spesso erronea del binomio vecchiaia-malattia. È proprio così sicuro che la prima condizione implichi necessariamente anche la seconda? E se sì che futuro ci aspetta? Un futuro di malattia? E allora per quale ragione siamo così attaccati alla nostra vita se un destino ineluttabile ci attende? Forse sarebbe meglio morire prima? O forse possiamo sperare che certe situazioni possano accadere soltanto agli altri, ammalati come siamo, è il caso di dirlo, di un fatalismo che ci preserva dalla paura di noi stessi?
E che dire di quanti adottano il suicidio in età non sospette, come atto estremo e irripetibile di un messaggio rivolto a chi resta in un ultimo urlo disperato dovuto all'incapacità di una relazione che non è riuscita a veicolarsi per i motivi più diversi.
Le persone si suicidano, nei modi e nei tempi che ciascuno sceglie o è costretto a scegliere, a volte in modi brutali e dolorosi, dettati da una disperazione sconfinata, difficile da contenere. Nella vicina Svizzera il suicidio è possibile, a determinate condizioni, in modo indolore, assistito e cosciente. Un'equipe di medici e altri professionisti si prende cura della persona e spesso, stando ai dati forniti dall'agenzia stessa, buona parte dei candidati rinuncia ai suoi propositi. E proprio il prendersi cura penso sia la chiave della “rivoluzione copernicana” di kantiana memoria, che i professionisti sanitari dovrebbero adottare. Fino ad oggi i medici e tutti gli agenti nelle pratiche sanitarie si sono posti come obiettivo la guarigione dei propri pazienti. Tutto ciò è molto importante ma non basta. Prendersi cura di una persona, a differenza del curare, presuppone il fatto di accettare anche la sconfitta, reputata tale da quanti vogliono a tutti i costi guarire, ponendosi in un atteggiamento di accompagnamento rispettoso di quanti non hanno prospettive di guarigione. La sfida da raccogliere in questi casi è data dalla sconfitta o attenuazione, questo sì, del dolore, anche se ciò dovesse comportare l'abbreviazione della durata della vita stessa.
Non sto qui facendo un'apologia dell'eutanasia, pratica ben diversa in quanto attiva, da un lasciare andare naturalmente, qualora si verificassero i presupposti per un'impossibilità di risoluzione positiva del caso. Tutto questo dovrebbe essere preceduto da una dichiarazione del soggetto in forma di testamento biologico, attraverso il quale la persona può esercitare pienamente il proprio diritto di disporre della propria vita, suicidio compreso.