domenica 26 febbraio 2012

Umanità e natura

Dio disse: «Facciamo l'uomo: sia simile a noi, sia la nostra immagine. Dominerà sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, sugli animali selvatici e su quelli che strisciano al suolo». Dio creò l'uomo simile a sé, lo creò a immagine di Dio, maschio e femmina li creò. Li benedisse con queste parole: «Siate fecondi, diventate numerosi, popolate la terra. Governatela e dominate sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e su tutti gli animali che si muovono sulla terra». (Genesi – 1,26-28)









Il futuro dell'umanità costituisce il primo dovere del comportamento umano collettivo nell'era della civiltà tecnica divenuta, modo negativo, «onnipotente». In esso è evidentemente incluso il futuro della natura in quanto condizione sine-qua-non; ma, anche indipendentemente da ciò, si tratta di una responsabilità metafisica in sé e per sé, dal momento in cui l'uomo è diventato un pericolo non soltanto per se stesso, ma per l'intera biosfera. Persino se i due aspetti fossero separabili, ossia anche se in un ambiente di vita devastato (e in gran parte ricostruito artificialmente) fosse possibile per i nostri discendenti una vita nominalmente umana, la pienezza vitale della terra, prodottasi nel corso di un lungo processo creativo della natura e adesso affidato a noi, avrebbe di per se stessa diritto alla nostra tutela. Ma poiché i due aspetti non sono in effetti separabili, se non a prezzo di una caricatura dell'immagine dell'uomo, - poiché nel punto decisivo e cioè davanti all'alternativa: «conservazione oppure distruzione», l'interesse dell'uomo coincide nel senso più sublime con quello del resto della vita in quanto sua dimora cosmica, - possiamo trattare entrambi i doveri come se fossero uno solo, ricorrendo al concetto guida di dovere verso l'uomo, senza per questo cadere in una visione riduttiva antropocentrica. L'esclusiva fissazione sull'uomo in quanto diverso dal resto della natura può significare solo immiserimento, anzi disumanizzazione dell'uomo stesso, atrofia del suo essere anche nel caso fortunato della conservazione biologica, il che dunque contraddice il suo fine dichiarato, sanzionato proprio dalla dignità del suo essere. In un'ottica veramente umana rimane alla natura la sua dignità propria, che si contrappone all'arbitrio del nostro potere. In quanto da lei generati, siamo debitori, verso la totalità a noi prossima delle sue creature, di una dedizione di cui quella verso il nostro essere costituisce soltanto la punta più elevata. Ma questa, correttamente intesa, comprende in sé tutto il resto (Hans Jonas - Il principio responsabilità - Piccola Biblioteca Einaudi).


La civiltà occidentale, figlia della cultura giudaico-cristiana ha sempre considerato la natura come altro da sé rispetto all'uomo in quanto essere preposto al dominio della stessa presupponendo l'autorità consegnatagli da Dio in funzione dell'essere creato a Sua immagine e somiglianza. Da qui il concetto, latente nell'età moderna ma sviluppatosi in misura abnorme dall'epoca della rivoluzione industriale spronata dal positivismo,  che ha giustificato lo sfruttamento illimitato delle risorse naturali senza prendere in considerazione la possibilità che le stesse potessero esaurirsi in un futuro prossimo, dimostrando una cecità causata dalla sete di profitto. 
Quello a cui assistiamo oggi è un fenomeno sempre più marcato di pericolo della mancanza di risorse aggravato dal fatto che lo sviluppo della condizione vitale dell'uomo si trova ad essere sempre più dipendente dalla tecnica senza la quale la civiltà non soltanto occidentale inevitabilmente ormai risulta dipendente.
A questo punto, viste le difficoltà dovute alla non troppo lontana possibilità che le risorse energetiche possano esaurirsi, è ancora possibile ipotizzare un futuro per l'umanità che prescinda dallo sfruttamento indiscriminato delle risorse stesse, innescando un circolo virtuoso che riesca a ridurre in misura considerevole lo sfruttamento della natura in modo da riequilibrare, per ciò che ancora è possibile, il rapporto con l'ambiente che ci circonda? Tutto questo è utopia oppure è utopico il pensare che le risorse alle quali attingiamo quotidianamente potranno soddisfare in eterno i nostri bisogni?