Le cipolle di Socrate
... sale, è chiaro, e olive e formaggio, e bolliranno almeno cipolle e ortaggi, proprio come si fa in campagna. E come dolci magari offriremo loro fichi e ceci e fave, e faranno abbrustolire bacche di mirto e ghiande, bevendoci insieme un poco di vino. (Platone - La Repubblica - Libro II - Trad. Mario Vegetti - Ed. BUR)

domenica 9 settembre 2018
Il figlio di Bakunìn
Il figlio di Bakunìn, di Sergio Atzeni per i tipi di Sellerio editore Palermo. Ambientato nella Sardegna fra il primo e il secondo dopoguerra, per mezzo del meccanismo dell'intervista a vari personaggi, viene a delinearsi la figura del protagonista il quale non compare mai in prima persona ma attraverso il racconto di coloro che lo avevano conosciuto. Un espediente narrativo molto interessante anche se non originale, che rende la lettura molto agile e diversificata, come lo sono le voci che la compongono. Un consiglio di lettura veloce, si legge d'un fiato, ma che si percorre come guardando fuori dal finestrino di un treno immaginario, dove sembrano apparire, insieme alle storie personali, alcune vicende del secolo passato nel nostro Paese.
sabato 13 luglio 2013
Psichismo
Se la descrizione del
corpo fatta dalla psicologia classica offriva già tutto quanto
occorre per distinguerlo dagli oggetti, per quale motivo gli
psicologi non hanno operato questa distinzione o comunque non ne
hanno tratto nessuna conseguenza filosofica? A questo proposito, va
detto che, con un modo di procedere naturale, essi si collocavano nel
luogo di pensiero impersonale al quale la scienza si è riferita
finché ha creduto di potere separare, nelle osservazioni, ciò che
dipende dalla situazione dell'osservatore e le proprietà
dell'oggetto assoluto. Per il soggetto vivente, il corpo proprio
poteva sì essere differente da tutti gli oggetti esterni, ma, per il
pensiero non situato dello psicologo, l'esperienza del soggetto
vivente diveniva a sua volta un oggetto e, anziché richiedere una
nuova definizione dell'essere, prendeva posto nell'essere universale.
Ecco il significato di «psichismo»,
che, pur essendo contrapposto al reale, era trattato come una seconda
realtà, come un oggetto di scienza che andava sottomesso a leggi. Si
postulava che la nostra esperienza, già investita dalla fisica e
dalla biologia, doveva risolversi interamente in sapere oggettivo
quando il sistema delle scienze fosse portato a termine.
Conseguentemente, l'esperienza del corpo si degradava a
«rappresentazione»
del corpo, non era un fenomeno, ma un fatto psichico. Nell'apparenza
della vita il mio corpo visivo comporta una vasta lacuna al livello
della testa, ma la biologia era lì a colmare questa lacuna, a
spiegarla con la struttura degli occhi, a insegnarmi che cosa in
verità è il corpo, che ho una retina, un cervello come gli altri
uomini e come i cadaveri che seziono, e che infine lo strumento del
chirurgo metterebbe infallibilmente a nudo, in questa zona
indeterminata della mia testa, la copia esatta delle tavole
anatomiche. Io colgo il mio corpo come un oggetto-soggetto, come
capace di «vedere»
e di «soffrire»,
ma queste rappresentazioni confuse facevano parte delle curiosità
psicologiche, erano campioni di un pensiero magico di cui la
psicologia e la sociologia studiano le leggi e che fanno rientrare a
titolo di oggetto di scienza nel sistema del mondo vero.
L'incompletezza del mio corpo, la sua presentazione marginale, la sua
ambiguità come corpo toccante e corpo toccato non potevano quindi
essere dei lineamenti di struttura
del corpo stesso, non ne scalfivano l'idea, divenivano i «caratteri
distintivi»
dei contenuti
di coscienza che compongono la nostra rappresentazione del corpo:
questi contenuti sono costanti, affettivi e bizzarramente accoppiati
in «sensazioni
doppie»,
ma, a parte ciò, la rappresentazione del corpo è una
rappresentazione come le altre e, correlativamente, il corpo è un
oggetto come gli altri. Gli psicologi non si accorgevano che,
trattando in questo modo l'esperienza del corpo, non facevano altro,
d'accordo con la scienza, che differire un problema inevitabile.
L'incompletezza della mia percezione era intesa come una
incompletezza di fatto
derivante dall'organizzazione dei miei apparati sensoriali; la
presenza del mio corpo come una presenza
di fatto risultante
dalla sua azione perpetua sui miei recettori nervosi; infine,
l'unione dell'anima e del corpo, presupposta da queste due
spiegazioni, era concepita, secondo il pensiero di Cartesio, come una
unione di fatto
la cui possibilità di principio non doveva essere stabilita, poiché
il fatto, punto di partenza della conoscenza, veniva eliminato dai
suoi risultati compiuti. Orbene, lo psicologo poteva sì per un
momento, alla maniera degli scienziati, guardare il proprio corpo con
occhi altrui, e vedere il corpo altrui, a sua volta, come un
meccanismo senza interiorità. L'apporto delle esperienze estranee
veniva a cancellare la struttura della sua, e reciprocamente, avendo
perduto il contatto con se stesso, egli diveniva cieco per il
comportamento altrui. Si installava così in un pensiero universale
che rimuoveva tanto la sua esperienza dell'altro quanto la sua
esperienza di se stesso. Ma, come psicologo, egli era impegnato in un
compito che lo richiamava a se stesso, e non poteva rimanere a questo
punto di incoscienza. Infatti, il fisico non è l'oggetto di cui
parla, come non lo è il chimico, mentre lo psicologo era
lui stesso, per
principio, il fatto di cui trattava. Quella rappresentazione del
corpo, quella esperienza magica che egli affrontava con distacco, era
lui, egli la viveva nello stesso tempo in cui la pensava. Come è
stato dimostrato, per conoscere lo psichismo non gli bastava certo il
fatto di esserlo: al pari di ogni sapere, anche questo sapere viene
acquisito solo in virtù dei nostri rapporti con l'altro; non è
all'ideale di una psicologia di introspezione che ci riportiamo, e lo
psicologo poteva e doveva riscoprire un rapporto preoggettivo sia fra
se stesso e l'altro che fra se stesso e se stesso. Ma in quanto
psichismo che parlava dello psichismo, egli era tutto ciò di cui
parlava.
Di questa storia dello psichismo, che egli sviluppava
nell'atteggiamento oggettivo, lo psicologo possedeva già pr3esso di
sé i risultati: o meglio: piuttosto ne era, nella sua esistenza, il
risultato contratto e il ricordo latente. L'unione dell'anima e del
corpo non si era compiuta una volta per tutte in un mondo remoto, ma
in ogni istante rinasceva al di sotto del pensiero dello psicologo,
non come un evento che si ripete e che ogni volta sorprende lo
psichismo, ma come una necessità che lo psicologo sapeva nel proprio
essere nello stesso tempo in cui la constatava con la conoscenza. La
genesi della percezione, dai «dati
sensibili»
sino al «mondo»,
doveva rinnovarsi a ogni atto percettivo, altrimenti i dati sensibili
avrebbero perduto il senso che dovevano a questa evoluzione. Lo
«psichismo»
non era quindi un oggetto come gli altri: tutto ciò che si sarebbe
detto di esso, lo psichismo l'aveva già fatto prima che lo si
dicesse; su se stesso l'essere dello psicologo la sapeva più lunga
di lui, a detta della scienza nulla di ciò che gli era accaduto o
gli accadeva gli era assolutamente estraneo. Applicato allo
psichismo, il concetto di fatto subiva quindi una trasformazione. Lo
psichismo di fatto, con le sue «particolarità»,
non era più un evento nel tempo oggettivo e nel mondo esterno, ma un
evento che toccavamo dall'interno, di cui noi eravamo il compimento o
il nascimento perpetui e che raccoglieva continuamente in sé il suo
passato, il suo corpo e il suo mondo. Prima di essere un fatto
oggettivo, l'unione dell'anima e del corpo doveva quindi essere una
possibilità della coscienza stessa e si poneva il problema di sapere
che cosa deve essere il soggetto percipiente per potere esperire come
suo un corpo. Qui non vi era più un fatto subito, ma un fatto
assunto. Essere una coscienza o piuttosto essere
una esperienza,
significa comunicare interiormente con il mondo, con il corpo e con
gli altri, essere con essi anziché accanto a essi. Occuparsi di
psicologia significa necessariamente incontrare, sotto il pensiero
oggettivo che si muove fra le cose bell'e fatte, una prima apertura
alle cose senza la quale non ci sarebbe conoscenza oggettiva. Lo
psicologo non poteva fare a meno di riscoprirsi come esperienza, cioè
come presenza immediata al passato, al mondo, al corpo e all'altro,
nel momento stesso in cui voleva riconoscersi come oggetto fra gli
oggetti. Ritorniamo dunque ai «caratteri» del corpo proprio e
riprendiamone lo studio al punto in cui lo avevamo lasciato. In
questo modo ripercorreremo il progresso della psicologia moderna ed
effettueremo con essa il ritorno all'esperienza.
(Maurice
Merleau Ponty, Fenomenologia
della percezione,
Studi Bompiani).
domenica 16 giugno 2013
Sentire
Il
sentire non si riferisce solo all'acustica e all'organo ad essa
destinato, l'orecchio. Il sentire dilata l'estetica nella sua più
profonda percezione corporea: un'estetica che sente la
filosofia non più ristretta o circondata dal logos, pluralizza le
onde soniche, si colloca in spazi liminali dove il già-udito è
obsoleto e il non-detto deve ancora pervenire, sente lo
sguardo che ruota verso l'invisibile. (Massimo Canevacci in
Riscoprire il silenzio, a cura di Nicoletta Polla-Mattiot, BCDe,
2013).
Il
sentire riporta al sonoro ma anche al silenzio, colmando spazi nei
quali ci sentiremmo perduti senza la sensazione interiore che ci
pervade, permettendo l'ascolto interiore troppo spesso offuscato dal
clamore esterno. Sentire con l'orecchio ma anche con il cuore, con lo
spirito; sentire un sentimento, uno stato d'animo, una percezione che
porta l'altro verso di noi all'interno di una comunicazione dove la
parola non è necessaria, dove l'incontro di sguardi, nel contatto
visivo e fisico porta il non detto oltre la sfera della razionalità.
Sentire
è anche ascoltare, porsi in essere per l'altro; sentire è apertura
quando è rivolta all'esterno ma anche chiusura se richiama
l'introspezione.
domenica 5 maggio 2013
Umanità e specificità dell'uomo
L'uomo non fa più parte
dell'ordine degli esseri. Non può essere semplicemente uomo. Ha
mancato la sua vocazione naturale, la sua vocazione d'uomo. Se
volesse ridiventare semplicemente uomo, uomo come l'ha fatto la
natura, non potrebbe. L'uomo si è soppresso da sé. Non si può più
classificarlo tra le creature della natura, definirlo com'è per la
sua natura. In questo senso è impossibile dire che cosa caratterizza
essenzialmente l'uomo... Per Agostino l'uomo non è un essere che si
possa senz'altro definire, che si possa afferrare in modo generale e
astratto. Questo sarebbe possibile solo se non avesse peccato; come
Adamo nel paradiso determinato dalla sua natura psicofisica e
definito in generale secondo il posto che occupa nel cosmo. Ma,
peccando, l'uomo si è distaccato da questo insieme. Ha cessato di
essere una creatura della natura; diviene uomo in senso storico, un
essere che vive in un'epoca determinata e che incontreremo una sola
volta. Diviene quest'uomo qui, che non ci interessa più per una
costituzione psicofisica definibile in generale, bensì per quello
che ha vissuto, per le sue esperienze, per la sua storia. Non vediamo
più in lui unicamente il rappresentante di una specie, definita una
volta per tutte, ma l'insieme delle esperienze attraverso le quali è
passato e che lo caratterizzano come individuo, come tipo d'uomo.
Nel
suo perdere la genericità tipica della specie, l'uomo ha acquisito
il senso dato dall'identità che lo caratterizza come essere unico e
irripetibile e non classificabile in categorie omogenee. Il dato
specifico della propria singolarità spazza via il campo delle
possibilità omologanti, nelle quali è impossibile definire l'essere
umano come un qualcosa che risponda a stilemi stereotipati. Per
quanto si possa generalizzare e uniformare i caratteri tipici che
rispondono ad una caratterizzazione uniformante un gruppo sociale, le
specificità che ne emergono potranno sempre superare la definizione
generalista che non tenga conto della identità individuale.
domenica 10 marzo 2013
Il Cammino dell'uomo
Basta porsi quest'unica
domanda: “A che scopo?”; a che scopo ritornare in me stesso, a
che scopo abbracciare il mio cammino personale, a che scopo portare a
unità il mio essere? Ed ecco la risposta: “Non per me”. Perciò
anche prima si diceva: cominciare da se stessi; prendersi come punto
di partenza, ma non come meta; conoscersi, ma non preoccuparsi di sé.
(Martin Buber – Il cammino dell'uomo, p. 50. Edizioni
Qiqajon Comunità di Bose.
“Conosci te stesso”
era scritto all'ingresso dell'antro dell'oracolo di Delfi, e questa
conoscenza è necessaria e percorribile soltanto attraverso un
cammino nel quale l'essere umano si definisce nel suo esserci che si
riconosce in quanto gettato nel mondo e, di conseguenza, posto in
relazione con esso. La relazione quindi come elemento di veifica e
definizione possibile soltanto nell'incontro con l'altro il quale,
ponendosi di fronte e intenzionandosi a sua volta nel suo
relazionarsi, co-innesca il meccanismo volto a stabilire il reciproco
riconoscimento dell'esistere in relazione con l'altro da sé.
lunedì 11 febbraio 2013
Dualismo corpo-anima
Il dualismo
corpo-spirito, junghianamente inteso o come anima, nel senso della
tradizione filosofica greca e successivamente giudaico-cristiana, ha
stabilito, da Cartesio in avanti, che il corpo possa essere inteso
come un organismo risultante dalla sommatoria di svariati organi,
sezionabili, analizzabili e misurabili, in una parola, oggettivati
come enti riducibili a cose, parimenti a tutto ciò che risponde alle
leggi della natura. La medicina occidentale su questo ha costruito il
suo edificio e i progressi in senso scientifico da questo punto di
vista ha permesso il progresso di questa scienza che è fuori
discussione, almeno per quanto riguarda l'approccio curativo
considerato dal punto di vista organicistico. Diverso è il discorso
se consideriamo quelle cosiddette “patologie dell'anima”, o
psichiche, non rilevabili attraverso gli strumenti di indagine
diagnostica della medicina organica. Come dice giustamente
Galimberti, se prendiamo in considerazione una depressione, ad
esempio, non potremo ridurre questa patologia come un unicum
trasferibile da un soggetto all'altro, perché ciascuna persona
interessata a questo tipo di disturbo avrà un suo modo di essere
depresso, di vivere la malattia, ammesso che anche questo sia il
termine giusto per definirne il problema. Dovremo quindi considerare,
dal punto di vista del prenderci cura della persona in questione,
della sua unicità, del suo essere il prodotto del suo storicizzato,
nel senso delle relazioni che hanno costruito, nel tempo, il suo
essere unico e irripetibile. L'analisi e la cura dovranno partire da
questo e l'unico strumento a disposizione di chi si prenderà carico
nel condurre questa persona alla consapevolezza del suo essere (non
uso volutamente il termine guarigione, in quanto lo considero un non
senso), sarà la relazione finalizzata ad una riduzione eidetica che
favorisca l'emersione delle essenze primarie che costituiscono il
fondamento della personalità di ciascuno, nel senso di recuperare
quei contenuti (koinemi) di base, quali il materno, il paterno, il
fraterno, ecc. che possano permettere il recupero di un equilibrio
probabilmente perso.
domenica 13 gennaio 2013
Filosofia e scienza
… Non
soltanto l'empirismo imparziale porta ai veri confini ove comincia la
riflessione filosofica, ma anche, all'opposto, soltanto una coscienza
filosofica rende possibile una autentica e sicura impostazione per la
ricerca empirica. Il rapporto fra filosofia e scienza non è tale che
gli studi filosofici possano trovare la loro applicazione nella
scienza – il tentativo sempre infruttuoso, per quanto sempre
ripetuto, di dare nomi filosofici a fatti empirici – ma la
riflessione filosofica produce un atteggiamento interiore utile alla
scienza perché pone dei limiti, è una guida interiore, uno stimolo
continuo al desiderio illimitato di sapere. Una logica filosofica
deve ricevere conferma come logica concreta nel modo di intendere e
di strutturare i fatti. Lo psicopatologo non deve occuparsi di
filosofia perché questa gli insegni qualche cosa di positivo per la
sua scienza, ma perché gli dia le più vaste possibilità di sapere.
(K. Jaspers – Psicopatologia generale – Il Pensiero scientifico
editore)
Il
rapporto sempre problematico tra scienze naturali e scienze dello
spirito, lo stabilire i confini tra le due discipline ma anche la
necessità di definire un sapere etico il quale problematicizza la
ricerca scientifica nel suo interrogarsi. La ricerca pura può
permettersi di essere svincolata dall'etica? E se sì quali
responsabilità comporta per l'individuo che la compie?
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