Il dualismo
corpo-spirito, junghianamente inteso o come anima, nel senso della
tradizione filosofica greca e successivamente giudaico-cristiana, ha
stabilito, da Cartesio in avanti, che il corpo possa essere inteso
come un organismo risultante dalla sommatoria di svariati organi,
sezionabili, analizzabili e misurabili, in una parola, oggettivati
come enti riducibili a cose, parimenti a tutto ciò che risponde alle
leggi della natura. La medicina occidentale su questo ha costruito il
suo edificio e i progressi in senso scientifico da questo punto di
vista ha permesso il progresso di questa scienza che è fuori
discussione, almeno per quanto riguarda l'approccio curativo
considerato dal punto di vista organicistico. Diverso è il discorso
se consideriamo quelle cosiddette “patologie dell'anima”, o
psichiche, non rilevabili attraverso gli strumenti di indagine
diagnostica della medicina organica. Come dice giustamente
Galimberti, se prendiamo in considerazione una depressione, ad
esempio, non potremo ridurre questa patologia come un unicum
trasferibile da un soggetto all'altro, perché ciascuna persona
interessata a questo tipo di disturbo avrà un suo modo di essere
depresso, di vivere la malattia, ammesso che anche questo sia il
termine giusto per definirne il problema. Dovremo quindi considerare,
dal punto di vista del prenderci cura della persona in questione,
della sua unicità, del suo essere il prodotto del suo storicizzato,
nel senso delle relazioni che hanno costruito, nel tempo, il suo
essere unico e irripetibile. L'analisi e la cura dovranno partire da
questo e l'unico strumento a disposizione di chi si prenderà carico
nel condurre questa persona alla consapevolezza del suo essere (non
uso volutamente il termine guarigione, in quanto lo considero un non
senso), sarà la relazione finalizzata ad una riduzione eidetica che
favorisca l'emersione delle essenze primarie che costituiscono il
fondamento della personalità di ciascuno, nel senso di recuperare
quei contenuti (koinemi) di base, quali il materno, il paterno, il
fraterno, ecc. che possano permettere il recupero di un equilibrio
probabilmente perso.
... sale, è chiaro, e olive e formaggio, e bolliranno almeno cipolle e ortaggi, proprio come si fa in campagna. E come dolci magari offriremo loro fichi e ceci e fave, e faranno abbrustolire bacche di mirto e ghiande, bevendoci insieme un poco di vino. (Platone - La Repubblica - Libro II - Trad. Mario Vegetti - Ed. BUR)
lunedì 11 febbraio 2013
domenica 13 gennaio 2013
Filosofia e scienza
… Non
soltanto l'empirismo imparziale porta ai veri confini ove comincia la
riflessione filosofica, ma anche, all'opposto, soltanto una coscienza
filosofica rende possibile una autentica e sicura impostazione per la
ricerca empirica. Il rapporto fra filosofia e scienza non è tale che
gli studi filosofici possano trovare la loro applicazione nella
scienza – il tentativo sempre infruttuoso, per quanto sempre
ripetuto, di dare nomi filosofici a fatti empirici – ma la
riflessione filosofica produce un atteggiamento interiore utile alla
scienza perché pone dei limiti, è una guida interiore, uno stimolo
continuo al desiderio illimitato di sapere. Una logica filosofica
deve ricevere conferma come logica concreta nel modo di intendere e
di strutturare i fatti. Lo psicopatologo non deve occuparsi di
filosofia perché questa gli insegni qualche cosa di positivo per la
sua scienza, ma perché gli dia le più vaste possibilità di sapere.
(K. Jaspers – Psicopatologia generale – Il Pensiero scientifico
editore)
Il
rapporto sempre problematico tra scienze naturali e scienze dello
spirito, lo stabilire i confini tra le due discipline ma anche la
necessità di definire un sapere etico il quale problematicizza la
ricerca scientifica nel suo interrogarsi. La ricerca pura può
permettersi di essere svincolata dall'etica? E se sì quali
responsabilità comporta per l'individuo che la compie?
mercoledì 12 dicembre 2012
Anima
E
mentre l'essere che si è ricevuto tende a nascondersi, un qualcosa,
anima si dovrebbe chiamarlo, tende a uscire dall'interno del recinto.
A gran parte della Psicologia e ad altre Scienze Umane o dello
Spirito ha procurato una grande tranquillità il prescindere da ciò
che a noi sembra di avvertire come “questa” tradizionalmente
detta anima. Cui tale sorte è toccata, senza dubbio, per il fatto di
essere un presupposto metafisico, una manifestazione della vita
incorporea e il sostegno – altrettanto tradizionale – o “conditio
sine qua non” della mistica. Per la ragione analitica, la sua
esistenza rappresenta un ostacolo: può l'anima, proprio essa, venire
tranquillamente sottoposta ad analisi? Il suo concetto è un'altra
cosa, può essere analizzato e perfino ricostruito come qualsiasi
altro concetto; ma essa, l'anima, come può essere analizzata se non
sta, propriamente, in noi, né in altro, e ancor meno in se stessa?
Quando mai si è vista un'anima ripiegata in sé? Naturalmente,
neanche ciò che si raccoglie in sé o attraverso cui noi ci
raccogliamo in noi stessi è mai stato visto, e meno che mai
all'interno di quell'indirizzo delle scienze in cui non si punta a
vedere. L'anima, però, ha un movimento suo proprio, procede per
conto suo e va e viene senza essere notata, o anche essendolo.
E
dev'essere per questo suo singolare movimento e per il modo in cui
essa lo fa sentire che la scienza preferisce non tenerne conto,
dell'anima, giacché anche la psiche si muove senza requie ma con
l'aria di stare sempre nello stesso posto, disponibile, statica;
soprattutto questo: statica. Non manifesta alcun impulso ad andare
oltre se stessa. E non va in estasi nemmeno quando si rannicchia nel
subconscio. Sembra disposta a rispondere solo se la si stimola;
risponde, insomma, agli stimoli.
E
l'anima no; se risponde, è alla chiamata, all'invocazione e persino
allo scongiuro, come attestano tante orazioni delle varie religioni
tradizionali. Essa pare avere così una stretta parentela con la
parola e con alcuni aspetti della musica; fondamento stesso, così ci
si presenta, di ogni liturgia.
Di
condizione alata e portata a fuggirsene, si comporta come una
colomba. Ritorna sempre, finché un giorno scompare portando con sé
l'essere che la ospitava. Quando ciò accade si continua così ad
attendere che ritorni o che si sia posata in qualche luogo da dove
non debba più partire, diventata alla fine una cosa sola con
l'essere che si portò via. E che questo andar via sia stato per lei
il ritorno definitivo a quel suo luogo di origine verso il quale
continuava così tenacemente a fuggire. Ostinata colomba, come la si
potrebbe convincere di nulla? Sembra sapere qualcosa che non
comunica, che non dice mai perché già così affine alle parole. Non
può dirsi, lei, a se stessa. Quando viene a mancare, tutto può
continuare come prima nell'essere abbandonato. L'essere che l'ha
perduta rimane però fermo, bloccato, in prigione. E nessun segno che
non provenga da essa gli vale per orientarsi. Giacché è proprio
della prigione togliere ogni orientamento a chi vi finisce. Quando
sorprende una lama di luce, una voce, un semplice punto con cui
orizzontarsi, il prigioniero respira, spera e, invece di cadere
nell'atonia prodotta dall'assenza totale di segni che orientino la
sua detenzione, rimane sul chi vive, benché essa non debba terminare
che in un giorno già stabilito.
Colui
che si desta con essa, con questa sua anima che non è proprietà sua
finché egli non dispone di vista e di udito, si libera, si schiude
nell'atto di orientarsi senza uscire di sé, lascia la tana del sogno
e del non essere: essere e vita si orientano congiuntamente verso
dove l'anima li porta. Rinasce. E così colui che si desta con la sua
anima non teme nulla. E allorché essa parte lasciandolo in
abbandono, apprende qualcosa, se non si spaventa, qualcosa della
vocazione estatica dell'anima. Quel volo che nessuna analisi
scientifica può raggiungere. (Maria Zambrano, Chiari del bosco,
Bruno Mondadori, 2004).
Possesso
o consapevolezza dell'anima, condizione necessaria ad orientarsi nel
proprio stare al mondo, elemento insondabile e quindi irreale dal
punto di vista scientifico o situazione indispensabile per poter
udire e vedere e quindi entrare in relazione con il mondo?
domenica 4 novembre 2012
Scienze e natura dell'uomo
Se
si pensassero essenze puramente spirituali in un regno di persone
consistente solamente di queste ultime, il loro entrare in scena, il
lor sostentamento e sviluppo come il loro scomparire (qualunque siano
le rappresentazioni che ci si formano anche del retroscena a partire
da cui esse entrano in scena e in cui retrocederebbero di nuovo)
sarebbero legati a condizioni di tipo spirituale; il loro benessere
sarebbe fondato nella loro situazione rispetto al mondo spirituale;
il collegamento tra di loro, le azioni delle une sulle altre si
compirebbero attraverso mezzi puramente spirituali e gli effetti
durevoli delle loro azioni sarebbero di tipo puramente spirituale; il
loro stesso retrocedere dal regno delle persone avrebbe il suo
fondamento nell'elemento spirituale. il sistema di tali individui
verrebbe conosciuto in pure scienze dello spirito. In effetti un
individuo nasce, viene sostentato e si sviluppa sul fondamento delle
funzioni dell'organismo animale e delle loro relazioni con il corso
circostante di natura; il suo sentimento della vita è fondato
perlomeno parzialmente in queste funzioni, le sue impressioni sono
condizionate dagli organi di senso e dalle loro affezioni da parte
del mondo esterno; la ricchezza e la mobilità delle sue
rappresentazioni, la forza come pure la direzione dei suoi atti di
volontà li troviamo dipendenti in modo molteplice da alterazioni nel
suo sistema nervoso. Il suo impulso volontario porta le fibre
muscolari a contrarsi, e così un operare verso l'esterno è legato
ad alterazioni nei rapporti di situazione delle particelle di massa
dell'organismo; successi durevoli delle sue azioni volontarie
esistono solo nelle forme di alterazioni all'interno del mondo
materiale. Così la vita spirituale di un uomo è una parte,
isolabile solo per astrazione, dell'unità psico-fisica di vita quale
si presenta un esserci e una vita dell'uomo. Il sistema di queste
unità di vita è l'effettualità che costituisce l'oggetto delle
scienze storico-sociali. (Wilhelm Dilthey, Introduzione alle
scienze dello spirito, pp.25-27,
Bompiani Milano 2007).
Il
dualismo tipico delle scienze naturali, nella concezione occidentale
inaugurata con Cartesio e proseguita con l'Illuminismo e il
Positivismo, tra la natura biologica dell'uomo spiegabile come
fenomeno riconducibile soltanto a processi chimici attraverso i quali
le neuroscienze oggi situano il loro fondamento ermeneutico e
l'aspetto trascendente ridotto nella sfera della credenza e quindi di
competenza puramente teologica, ha causato la netta separazione tra
gli elementi costitutivi la natura umana. Il solo considerare gli
aspetti biologici concatenati in processi causali determinati da
combinazioni date dal patrimonio genetico rende omologabile ciascun
uomo al proprio simile in funzione delle possibili varianti che il
programma genetico dato ha stabilito in partenza. Perdendo di vista
la possibilità di considerare l'essere umano come un essere dotato
di qualità immateriali che potremmo definire come spirito, anima,
energia universale a seconda dei presupposti dai quali vogliamo
considerare la cosa, le scienze naturali e parte delle scienze umane
si precludono la via al raggiungimento dell'essenza trascendente di
ciascun essere umano come essere unico e irripetibile. Le scienze
dello spirito, così come sono definite da Dilthey permettono il
superamento dell'esigenza scientifico-naturale di misurare e
quantificare i fenomeni allo studio, in quanto entrano nel campo
delle infinite variabili contenute nel sistema relazionale insito
nell'uomo e nelle sue aggregazioni, cercando di comprendere i
fenomeni che accadono sulla base di assunti che non potendo essere
assoluti proprio perché non calcolabili, potranno essere sempre
perfettibili.
giovedì 11 ottobre 2012
La visione dell'uomo nella psicoanalisi
Dell'esatta
estensione della distruzione teoretica della nozione di uomo
implicita nel trattamento psicoanalitico di Freud ci facciamo un'idea
completa se confrontiamo i dati di fatto, da lui stesso definiti i
pilastri fondamentali della sua prassi
psicoanalitica, con le basi principali della sua teoria
psicoanalitica. Là la
'resistenza'
e il 'transfert'; qui l'organo cerebrale materiale con i suoi organi
di senso che percepiscono in maniera insufficiente la 'realtà', e
una serie lacunosa di atti di coscienza. I fenomeni indicati coi nomi
di 'transfert' e 'resistenza' sono fenomeni indicanti relazioni
interumane, fenomeni incontestabili ed effettivi. Per contro, né la
rappresentazione teorica di atti di una coscienza, né l'idea di un
organo cerebrale materiale isolato, corrispondono a una realtà
direttamente data. Per non parlare poi del fatto che esse non sono
affatto all'origine della nostra percezione dell'uomo, come Freud
continuava a ritenere. Entrambe sono invece già astrazioni
completamente sospese nell'aria. Sono riduzioni ideali di determinati
domini di essenza e di determinati eventi relazionali umani a entità
di tipo psichico e fisico rappresentate oggettivamente. Perciò non
c'è più neppure una via che riconduca da siffatte rappresentazioni
alla piena comprensione di un qualsiasi comportamento umano. Una
volta che si sia rappresentato il cervello umano come un organo
esistente per sé o come uno strumento materiale, in qual modo
potrebbero mai agire su di esso delle entità così immateriali e
prive di articolazioni quali sono gli atti coscienti? In qual modo e
in qual luogo una coscienza concepita così isolata potrebbe mai
dimorare in un organo cerebrale; in che modo quest'organo potrebbe
mai diventare un suo 'sostrato', un suo supporto? E come si potrebbe
mai concepire l'affermazione che la materia di questo sostrato si
volatizza da sé in atti psichici? Anzi, non si potrebbe neppure dire
in che modo ciò che viene recepito dai nostri organi sensoriali
possa essere trasportato in una coscienza supposta presente in
qualche punto di noi e ivi trasformato in atti di coscienza dotati di
significato. In realtà, i nostri organi sensoriali, in quanto tali e
di per sé, non sono in grado in generale di recepire e di percepire
alcunché. Chi percepisce ed è consapevole è invece sempre e
soltanto l'essere umano stesso nella sua totalità. Ma allora come
potrebbero i nostri organi sensoriali possedere anche “specifiche
facoltà di ricezione” in conseguenza delle quali il “congetturato
stato di cose reale” verrebbe mascherato in modo che noi dovremmo,
ovvero potremmo soltanto, affrontarlo solo successivamente e per
mezzo di complicate ipotesi dinamiche ed economiche?
Se
l'uomo, con tutto il suo mondo, fosse effettivamente costituito nel
modo in cui Freud, conformemente al pensiero
naturalistico-scientifico dell'epoca, continuò a teorizzarlo, cioè
semplicemente da meccanismi somato-psichici originariamente isolati,
come quello di un telescopio, e da entità del mondo esterno;
insomma, da un agglomerato di oggetti puramente-presenti e
originariamente separati, non potremmo mai sperare di percepire, per
non dire di capire, neppure una relazione così semplice come
l'essere-di-fronte di un oggetto per un soggetto o il mio
poter-incontrare un altro uomo. Tanto meno si potrebbe realmente
comprendere in che modo uno possa incorrere in uno stato di
'transfert' affettivo o di intensa 'resistenza' nei riguardi del suo
analista, e da costui, stando dentro un siffatto 'scenario' di
collaborazione interumana, essere curato e guarito. Non si sono mai
visti, infatti, meccanismi di qualunque tipo siano, che percepiscano
alcunché o addirittura si amino e si odino mutuamente. Per fortuna,
tutta questa automutilazione teoretica di Freud ebbe un ruolo
principale soltanto nei suoi libri; nella pratica del suo lavoro,
invece, Freud non cessò mai di considerare i suoi pazienti come
uomini globali, né li trattò mai, ivi, come telescopi o come fasci
di istinti, come pure avrebbe dovuto propriamente fare se si fosse
attenuto alla sua teoria.
Medard
Boss, Psicoanalisi e Analitica esistenziale,
Astrolabio, Roma 1973.
domenica 7 ottobre 2012
Libertà
Dato che nella lotta moderna per la libertà l'attenzione era assorbita dalla battaglia contro le vecchie forme di autorità e costrizione, era naturale pensare che eliminando il maggior numero possibile di queste costrizioni tradizionali la libertà sarebbe aumentata proporzionalmente. Tuttavia, non ci rendiamo sufficientemente conto del fatto che l'uomo, pur essendosi sbarazzato dei vecchi nemici della libertà, se ne trova dinanzi di nuovi di diversa natura; nemici che non sono fondamentalmente costrizioni esterne, ma fattori interni, che bloccano la piena realizzazione della libertà della personalità. Crediamo, ad esempio, che la libertà di culto costituisca una delle vittorie decisive ai fini della libertà. Non ci rendiamo sufficientemente conto che, pur trattandosi di una vittoria contro quei poteri della Chiesa e dello Stato che non consentivano all'uomo di praticare il culto che gli dettava la sua coscienza, l'individuo dei tempi moderni ha perduto in gran misura la capacità interiore di aver fede in qualcosa che non sia dimostrabile per mezzo dei metodi delle scienze naturali. Oppure, per scegliere un altro esempio, riteniamo che la libertà di parola sia l'ultimo passo della marcia vittoriosa della libertà. Dimentichiamo che, quantunque la libertà di parola costituisca un'importante vittoria nella battaglia contro le vecchie costrizioni, l'uomo moderno si trova in una situazione in cui gran parte di ciò che «egli» pensa e dice consiste in cose che tutti gli altri pensano e dicono; e che egli non ha acquistato la capacità di pensare originalmente – cioè con la propria testa – cosa che dà significato alla sua pretesa che nessuno debba interferire nell'espressione dei suoi pensieri. Siamo pure orgogliosi che nella sua condotta di vita l'uomo sia diventato libero da autorità esterne, che gli dicano che cosa fare e che cosa non fare. Trascuriamo il ruolo delle autorità anonime, come l'opinione pubblica e il «senso comune», le quali sono tanto potenti a causa della nostra profonda disposizione a conformarci a quello che tutti si attendono da noi, e a causa della nostra egualmente profonda paura di essere diversi. In altre parole, restiamo incantati di fronte allo sviluppo della libertà da forze esterne a noi, ma restiamo ciechi di fronte alla realtà delle costrizioni, dei freni e dei timori interni, che tendono a minare il significato delle vittorie che la libertà ha riportato contro i suoi tradizionali nemici. Perciò siamo portati a pensare che il problema della libertà sia esclusivamente quello di conquistare ancor più libertà del tipo che abbiamo conquistato nel corso della storia moderna, e a credere che tutto ciò che occorre sia difenderla da quei poteri che negano una libertà siffatta. Dimentichiamo che, quantunque ognuna delle libertà che abbiamo conquistato debba esser difesa con estremo vigore, il problema della libertà non è solo quantitativo ma anche qualitativo; che non solo dobbiamo conservare e accrescere la libertà tradizionale, ma che dobbiamo conquistare un nuovo tipo di libertà, che ci consenta di realizzare la nostra personalità individuale, di aver fede in essa e nella vita.
Fuga dalla libertà, pp. 92-93, E. Fromm, Mondadori, Milano 2012.
giovedì 4 ottobre 2012
Sapere e conoscenza
È
inevitabile accettare il fatto che se consideriamo quest’ultimo
periodo, lo troviamo pieno di scienza e conoscenza pura: di
conoscenza applicata alla tecnica e alla fabbricazione di strumenti,
ma povero, immensamente povero, di tutte le forme attive di
conoscenza. E per attive intendiamo quelle che nascono dal desiderio
di penetrare nel cuore umano, quelle che si fanno carico di
diffondere idee fondamentali come ispiratrici nella vita quotidiana
dell’uomo comune che non è, ne pretende di essere filosofo o
saggio.
Forme
creatrici che non scoprono ne indagano, bensì trasformano ciò che è
stato indagato e scoperto, idee vigenti, ossia attive. […]
La
vita ha bisogno di pensiero, ma ne ha bisogno perché non può
preservare lo stato in cui spontaneamente si produce. Non basta
infatti nascere una volta e muoversi in un mondo di strumenti utili.
La vita umana chiede di essere sempre trasformata, il pensiero vaga
abbandonato se non trasforma la vita, se non è accolto e accettato,
patrimonio solo di coloro che sono stati capaci di scoprirlo.
Maria
Zambrano, Verso un sapere dell’anima, Raffaello
Cortina, Milano 1996.
Se
devo pensare a un aggettivo che caratterizzi il vivere comune di
questi tempi, questo è: "superficiale".
Nel
senso che tutto ciò che ci viene incontro oggi è attraversato da
uno sguardo che sfiora la superficie delle cose senza il tempo o il
bisogno di penetrare nella vera essenza di ciò che ci appare come
fenomeno. Apparentemente abbiamo la presunzione di sapere tutto a
proposito di ciò che ci circonda, bersagliati come siamo da una
infinità di informazioni che non ci concedono la possibilità di una
riflessione approfondita degli eventi che ci accadono. In realtà
finiamo per non sapere niente di ciò che abbiamo intorno proprio
perché ci accontentiamo di un sapere fittizio, fatto di frasi
riportate, di immagini sfuggenti, di rimandi di opinioni che altri
confezionano per noi, pensando in nostra vece.
Il
"sapere di non sapere" socratico era espressione di estrema
umiltà di un vero sapiente, il nostro "sapere di ogni cosa"
è espressione vana di un'estrema presunzione vacua.
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