... sale, è chiaro, e olive e formaggio, e bolliranno almeno cipolle e ortaggi, proprio come si fa in campagna. E come dolci magari offriremo loro fichi e ceci e fave, e faranno abbrustolire bacche di mirto e ghiande, bevendoci insieme un poco di vino. (Platone - La Repubblica - Libro II - Trad. Mario Vegetti - Ed. BUR)
domenica 9 settembre 2018
Il figlio di Bakunìn
Il figlio di Bakunìn, di Sergio Atzeni per i tipi di Sellerio editore Palermo. Ambientato nella Sardegna fra il primo e il secondo dopoguerra, per mezzo del meccanismo dell'intervista a vari personaggi, viene a delinearsi la figura del protagonista il quale non compare mai in prima persona ma attraverso il racconto di coloro che lo avevano conosciuto. Un espediente narrativo molto interessante anche se non originale, che rende la lettura molto agile e diversificata, come lo sono le voci che la compongono. Un consiglio di lettura veloce, si legge d'un fiato, ma che si percorre come guardando fuori dal finestrino di un treno immaginario, dove sembrano apparire, insieme alle storie personali, alcune vicende del secolo passato nel nostro Paese.
sabato 13 luglio 2013
Psichismo
Se la descrizione del
corpo fatta dalla psicologia classica offriva già tutto quanto
occorre per distinguerlo dagli oggetti, per quale motivo gli
psicologi non hanno operato questa distinzione o comunque non ne
hanno tratto nessuna conseguenza filosofica? A questo proposito, va
detto che, con un modo di procedere naturale, essi si collocavano nel
luogo di pensiero impersonale al quale la scienza si è riferita
finché ha creduto di potere separare, nelle osservazioni, ciò che
dipende dalla situazione dell'osservatore e le proprietà
dell'oggetto assoluto. Per il soggetto vivente, il corpo proprio
poteva sì essere differente da tutti gli oggetti esterni, ma, per il
pensiero non situato dello psicologo, l'esperienza del soggetto
vivente diveniva a sua volta un oggetto e, anziché richiedere una
nuova definizione dell'essere, prendeva posto nell'essere universale.
Ecco il significato di «psichismo»,
che, pur essendo contrapposto al reale, era trattato come una seconda
realtà, come un oggetto di scienza che andava sottomesso a leggi. Si
postulava che la nostra esperienza, già investita dalla fisica e
dalla biologia, doveva risolversi interamente in sapere oggettivo
quando il sistema delle scienze fosse portato a termine.
Conseguentemente, l'esperienza del corpo si degradava a
«rappresentazione»
del corpo, non era un fenomeno, ma un fatto psichico. Nell'apparenza
della vita il mio corpo visivo comporta una vasta lacuna al livello
della testa, ma la biologia era lì a colmare questa lacuna, a
spiegarla con la struttura degli occhi, a insegnarmi che cosa in
verità è il corpo, che ho una retina, un cervello come gli altri
uomini e come i cadaveri che seziono, e che infine lo strumento del
chirurgo metterebbe infallibilmente a nudo, in questa zona
indeterminata della mia testa, la copia esatta delle tavole
anatomiche. Io colgo il mio corpo come un oggetto-soggetto, come
capace di «vedere»
e di «soffrire»,
ma queste rappresentazioni confuse facevano parte delle curiosità
psicologiche, erano campioni di un pensiero magico di cui la
psicologia e la sociologia studiano le leggi e che fanno rientrare a
titolo di oggetto di scienza nel sistema del mondo vero.
L'incompletezza del mio corpo, la sua presentazione marginale, la sua
ambiguità come corpo toccante e corpo toccato non potevano quindi
essere dei lineamenti di struttura
del corpo stesso, non ne scalfivano l'idea, divenivano i «caratteri
distintivi»
dei contenuti
di coscienza che compongono la nostra rappresentazione del corpo:
questi contenuti sono costanti, affettivi e bizzarramente accoppiati
in «sensazioni
doppie»,
ma, a parte ciò, la rappresentazione del corpo è una
rappresentazione come le altre e, correlativamente, il corpo è un
oggetto come gli altri. Gli psicologi non si accorgevano che,
trattando in questo modo l'esperienza del corpo, non facevano altro,
d'accordo con la scienza, che differire un problema inevitabile.
L'incompletezza della mia percezione era intesa come una
incompletezza di fatto
derivante dall'organizzazione dei miei apparati sensoriali; la
presenza del mio corpo come una presenza
di fatto risultante
dalla sua azione perpetua sui miei recettori nervosi; infine,
l'unione dell'anima e del corpo, presupposta da queste due
spiegazioni, era concepita, secondo il pensiero di Cartesio, come una
unione di fatto
la cui possibilità di principio non doveva essere stabilita, poiché
il fatto, punto di partenza della conoscenza, veniva eliminato dai
suoi risultati compiuti. Orbene, lo psicologo poteva sì per un
momento, alla maniera degli scienziati, guardare il proprio corpo con
occhi altrui, e vedere il corpo altrui, a sua volta, come un
meccanismo senza interiorità. L'apporto delle esperienze estranee
veniva a cancellare la struttura della sua, e reciprocamente, avendo
perduto il contatto con se stesso, egli diveniva cieco per il
comportamento altrui. Si installava così in un pensiero universale
che rimuoveva tanto la sua esperienza dell'altro quanto la sua
esperienza di se stesso. Ma, come psicologo, egli era impegnato in un
compito che lo richiamava a se stesso, e non poteva rimanere a questo
punto di incoscienza. Infatti, il fisico non è l'oggetto di cui
parla, come non lo è il chimico, mentre lo psicologo era
lui stesso, per
principio, il fatto di cui trattava. Quella rappresentazione del
corpo, quella esperienza magica che egli affrontava con distacco, era
lui, egli la viveva nello stesso tempo in cui la pensava. Come è
stato dimostrato, per conoscere lo psichismo non gli bastava certo il
fatto di esserlo: al pari di ogni sapere, anche questo sapere viene
acquisito solo in virtù dei nostri rapporti con l'altro; non è
all'ideale di una psicologia di introspezione che ci riportiamo, e lo
psicologo poteva e doveva riscoprire un rapporto preoggettivo sia fra
se stesso e l'altro che fra se stesso e se stesso. Ma in quanto
psichismo che parlava dello psichismo, egli era tutto ciò di cui
parlava.
Di questa storia dello psichismo, che egli sviluppava
nell'atteggiamento oggettivo, lo psicologo possedeva già pr3esso di
sé i risultati: o meglio: piuttosto ne era, nella sua esistenza, il
risultato contratto e il ricordo latente. L'unione dell'anima e del
corpo non si era compiuta una volta per tutte in un mondo remoto, ma
in ogni istante rinasceva al di sotto del pensiero dello psicologo,
non come un evento che si ripete e che ogni volta sorprende lo
psichismo, ma come una necessità che lo psicologo sapeva nel proprio
essere nello stesso tempo in cui la constatava con la conoscenza. La
genesi della percezione, dai «dati
sensibili»
sino al «mondo»,
doveva rinnovarsi a ogni atto percettivo, altrimenti i dati sensibili
avrebbero perduto il senso che dovevano a questa evoluzione. Lo
«psichismo»
non era quindi un oggetto come gli altri: tutto ciò che si sarebbe
detto di esso, lo psichismo l'aveva già fatto prima che lo si
dicesse; su se stesso l'essere dello psicologo la sapeva più lunga
di lui, a detta della scienza nulla di ciò che gli era accaduto o
gli accadeva gli era assolutamente estraneo. Applicato allo
psichismo, il concetto di fatto subiva quindi una trasformazione. Lo
psichismo di fatto, con le sue «particolarità»,
non era più un evento nel tempo oggettivo e nel mondo esterno, ma un
evento che toccavamo dall'interno, di cui noi eravamo il compimento o
il nascimento perpetui e che raccoglieva continuamente in sé il suo
passato, il suo corpo e il suo mondo. Prima di essere un fatto
oggettivo, l'unione dell'anima e del corpo doveva quindi essere una
possibilità della coscienza stessa e si poneva il problema di sapere
che cosa deve essere il soggetto percipiente per potere esperire come
suo un corpo. Qui non vi era più un fatto subito, ma un fatto
assunto. Essere una coscienza o piuttosto essere
una esperienza,
significa comunicare interiormente con il mondo, con il corpo e con
gli altri, essere con essi anziché accanto a essi. Occuparsi di
psicologia significa necessariamente incontrare, sotto il pensiero
oggettivo che si muove fra le cose bell'e fatte, una prima apertura
alle cose senza la quale non ci sarebbe conoscenza oggettiva. Lo
psicologo non poteva fare a meno di riscoprirsi come esperienza, cioè
come presenza immediata al passato, al mondo, al corpo e all'altro,
nel momento stesso in cui voleva riconoscersi come oggetto fra gli
oggetti. Ritorniamo dunque ai «caratteri» del corpo proprio e
riprendiamone lo studio al punto in cui lo avevamo lasciato. In
questo modo ripercorreremo il progresso della psicologia moderna ed
effettueremo con essa il ritorno all'esperienza.
(Maurice
Merleau Ponty, Fenomenologia
della percezione,
Studi Bompiani).
domenica 16 giugno 2013
Sentire
Il
sentire non si riferisce solo all'acustica e all'organo ad essa
destinato, l'orecchio. Il sentire dilata l'estetica nella sua più
profonda percezione corporea: un'estetica che sente la
filosofia non più ristretta o circondata dal logos, pluralizza le
onde soniche, si colloca in spazi liminali dove il già-udito è
obsoleto e il non-detto deve ancora pervenire, sente lo
sguardo che ruota verso l'invisibile. (Massimo Canevacci in
Riscoprire il silenzio, a cura di Nicoletta Polla-Mattiot, BCDe,
2013).
Il
sentire riporta al sonoro ma anche al silenzio, colmando spazi nei
quali ci sentiremmo perduti senza la sensazione interiore che ci
pervade, permettendo l'ascolto interiore troppo spesso offuscato dal
clamore esterno. Sentire con l'orecchio ma anche con il cuore, con lo
spirito; sentire un sentimento, uno stato d'animo, una percezione che
porta l'altro verso di noi all'interno di una comunicazione dove la
parola non è necessaria, dove l'incontro di sguardi, nel contatto
visivo e fisico porta il non detto oltre la sfera della razionalità.
Sentire
è anche ascoltare, porsi in essere per l'altro; sentire è apertura
quando è rivolta all'esterno ma anche chiusura se richiama
l'introspezione.
domenica 5 maggio 2013
Umanità e specificità dell'uomo
L'uomo non fa più parte
dell'ordine degli esseri. Non può essere semplicemente uomo. Ha
mancato la sua vocazione naturale, la sua vocazione d'uomo. Se
volesse ridiventare semplicemente uomo, uomo come l'ha fatto la
natura, non potrebbe. L'uomo si è soppresso da sé. Non si può più
classificarlo tra le creature della natura, definirlo com'è per la
sua natura. In questo senso è impossibile dire che cosa caratterizza
essenzialmente l'uomo... Per Agostino l'uomo non è un essere che si
possa senz'altro definire, che si possa afferrare in modo generale e
astratto. Questo sarebbe possibile solo se non avesse peccato; come
Adamo nel paradiso determinato dalla sua natura psicofisica e
definito in generale secondo il posto che occupa nel cosmo. Ma,
peccando, l'uomo si è distaccato da questo insieme. Ha cessato di
essere una creatura della natura; diviene uomo in senso storico, un
essere che vive in un'epoca determinata e che incontreremo una sola
volta. Diviene quest'uomo qui, che non ci interessa più per una
costituzione psicofisica definibile in generale, bensì per quello
che ha vissuto, per le sue esperienze, per la sua storia. Non vediamo
più in lui unicamente il rappresentante di una specie, definita una
volta per tutte, ma l'insieme delle esperienze attraverso le quali è
passato e che lo caratterizzano come individuo, come tipo d'uomo.
Nel
suo perdere la genericità tipica della specie, l'uomo ha acquisito
il senso dato dall'identità che lo caratterizza come essere unico e
irripetibile e non classificabile in categorie omogenee. Il dato
specifico della propria singolarità spazza via il campo delle
possibilità omologanti, nelle quali è impossibile definire l'essere
umano come un qualcosa che risponda a stilemi stereotipati. Per
quanto si possa generalizzare e uniformare i caratteri tipici che
rispondono ad una caratterizzazione uniformante un gruppo sociale, le
specificità che ne emergono potranno sempre superare la definizione
generalista che non tenga conto della identità individuale.
domenica 10 marzo 2013
Il Cammino dell'uomo
Basta porsi quest'unica
domanda: “A che scopo?”; a che scopo ritornare in me stesso, a
che scopo abbracciare il mio cammino personale, a che scopo portare a
unità il mio essere? Ed ecco la risposta: “Non per me”. Perciò
anche prima si diceva: cominciare da se stessi; prendersi come punto
di partenza, ma non come meta; conoscersi, ma non preoccuparsi di sé.
(Martin Buber – Il cammino dell'uomo, p. 50. Edizioni
Qiqajon Comunità di Bose.
“Conosci te stesso”
era scritto all'ingresso dell'antro dell'oracolo di Delfi, e questa
conoscenza è necessaria e percorribile soltanto attraverso un
cammino nel quale l'essere umano si definisce nel suo esserci che si
riconosce in quanto gettato nel mondo e, di conseguenza, posto in
relazione con esso. La relazione quindi come elemento di veifica e
definizione possibile soltanto nell'incontro con l'altro il quale,
ponendosi di fronte e intenzionandosi a sua volta nel suo
relazionarsi, co-innesca il meccanismo volto a stabilire il reciproco
riconoscimento dell'esistere in relazione con l'altro da sé.
lunedì 11 febbraio 2013
Dualismo corpo-anima
Il dualismo
corpo-spirito, junghianamente inteso o come anima, nel senso della
tradizione filosofica greca e successivamente giudaico-cristiana, ha
stabilito, da Cartesio in avanti, che il corpo possa essere inteso
come un organismo risultante dalla sommatoria di svariati organi,
sezionabili, analizzabili e misurabili, in una parola, oggettivati
come enti riducibili a cose, parimenti a tutto ciò che risponde alle
leggi della natura. La medicina occidentale su questo ha costruito il
suo edificio e i progressi in senso scientifico da questo punto di
vista ha permesso il progresso di questa scienza che è fuori
discussione, almeno per quanto riguarda l'approccio curativo
considerato dal punto di vista organicistico. Diverso è il discorso
se consideriamo quelle cosiddette “patologie dell'anima”, o
psichiche, non rilevabili attraverso gli strumenti di indagine
diagnostica della medicina organica. Come dice giustamente
Galimberti, se prendiamo in considerazione una depressione, ad
esempio, non potremo ridurre questa patologia come un unicum
trasferibile da un soggetto all'altro, perché ciascuna persona
interessata a questo tipo di disturbo avrà un suo modo di essere
depresso, di vivere la malattia, ammesso che anche questo sia il
termine giusto per definirne il problema. Dovremo quindi considerare,
dal punto di vista del prenderci cura della persona in questione,
della sua unicità, del suo essere il prodotto del suo storicizzato,
nel senso delle relazioni che hanno costruito, nel tempo, il suo
essere unico e irripetibile. L'analisi e la cura dovranno partire da
questo e l'unico strumento a disposizione di chi si prenderà carico
nel condurre questa persona alla consapevolezza del suo essere (non
uso volutamente il termine guarigione, in quanto lo considero un non
senso), sarà la relazione finalizzata ad una riduzione eidetica che
favorisca l'emersione delle essenze primarie che costituiscono il
fondamento della personalità di ciascuno, nel senso di recuperare
quei contenuti (koinemi) di base, quali il materno, il paterno, il
fraterno, ecc. che possano permettere il recupero di un equilibrio
probabilmente perso.
domenica 13 gennaio 2013
Filosofia e scienza
… Non
soltanto l'empirismo imparziale porta ai veri confini ove comincia la
riflessione filosofica, ma anche, all'opposto, soltanto una coscienza
filosofica rende possibile una autentica e sicura impostazione per la
ricerca empirica. Il rapporto fra filosofia e scienza non è tale che
gli studi filosofici possano trovare la loro applicazione nella
scienza – il tentativo sempre infruttuoso, per quanto sempre
ripetuto, di dare nomi filosofici a fatti empirici – ma la
riflessione filosofica produce un atteggiamento interiore utile alla
scienza perché pone dei limiti, è una guida interiore, uno stimolo
continuo al desiderio illimitato di sapere. Una logica filosofica
deve ricevere conferma come logica concreta nel modo di intendere e
di strutturare i fatti. Lo psicopatologo non deve occuparsi di
filosofia perché questa gli insegni qualche cosa di positivo per la
sua scienza, ma perché gli dia le più vaste possibilità di sapere.
(K. Jaspers – Psicopatologia generale – Il Pensiero scientifico
editore)
Il
rapporto sempre problematico tra scienze naturali e scienze dello
spirito, lo stabilire i confini tra le due discipline ma anche la
necessità di definire un sapere etico il quale problematicizza la
ricerca scientifica nel suo interrogarsi. La ricerca pura può
permettersi di essere svincolata dall'etica? E se sì quali
responsabilità comporta per l'individuo che la compie?
mercoledì 12 dicembre 2012
Anima
E
mentre l'essere che si è ricevuto tende a nascondersi, un qualcosa,
anima si dovrebbe chiamarlo, tende a uscire dall'interno del recinto.
A gran parte della Psicologia e ad altre Scienze Umane o dello
Spirito ha procurato una grande tranquillità il prescindere da ciò
che a noi sembra di avvertire come “questa” tradizionalmente
detta anima. Cui tale sorte è toccata, senza dubbio, per il fatto di
essere un presupposto metafisico, una manifestazione della vita
incorporea e il sostegno – altrettanto tradizionale – o “conditio
sine qua non” della mistica. Per la ragione analitica, la sua
esistenza rappresenta un ostacolo: può l'anima, proprio essa, venire
tranquillamente sottoposta ad analisi? Il suo concetto è un'altra
cosa, può essere analizzato e perfino ricostruito come qualsiasi
altro concetto; ma essa, l'anima, come può essere analizzata se non
sta, propriamente, in noi, né in altro, e ancor meno in se stessa?
Quando mai si è vista un'anima ripiegata in sé? Naturalmente,
neanche ciò che si raccoglie in sé o attraverso cui noi ci
raccogliamo in noi stessi è mai stato visto, e meno che mai
all'interno di quell'indirizzo delle scienze in cui non si punta a
vedere. L'anima, però, ha un movimento suo proprio, procede per
conto suo e va e viene senza essere notata, o anche essendolo.
E
dev'essere per questo suo singolare movimento e per il modo in cui
essa lo fa sentire che la scienza preferisce non tenerne conto,
dell'anima, giacché anche la psiche si muove senza requie ma con
l'aria di stare sempre nello stesso posto, disponibile, statica;
soprattutto questo: statica. Non manifesta alcun impulso ad andare
oltre se stessa. E non va in estasi nemmeno quando si rannicchia nel
subconscio. Sembra disposta a rispondere solo se la si stimola;
risponde, insomma, agli stimoli.
E
l'anima no; se risponde, è alla chiamata, all'invocazione e persino
allo scongiuro, come attestano tante orazioni delle varie religioni
tradizionali. Essa pare avere così una stretta parentela con la
parola e con alcuni aspetti della musica; fondamento stesso, così ci
si presenta, di ogni liturgia.
Di
condizione alata e portata a fuggirsene, si comporta come una
colomba. Ritorna sempre, finché un giorno scompare portando con sé
l'essere che la ospitava. Quando ciò accade si continua così ad
attendere che ritorni o che si sia posata in qualche luogo da dove
non debba più partire, diventata alla fine una cosa sola con
l'essere che si portò via. E che questo andar via sia stato per lei
il ritorno definitivo a quel suo luogo di origine verso il quale
continuava così tenacemente a fuggire. Ostinata colomba, come la si
potrebbe convincere di nulla? Sembra sapere qualcosa che non
comunica, che non dice mai perché già così affine alle parole. Non
può dirsi, lei, a se stessa. Quando viene a mancare, tutto può
continuare come prima nell'essere abbandonato. L'essere che l'ha
perduta rimane però fermo, bloccato, in prigione. E nessun segno che
non provenga da essa gli vale per orientarsi. Giacché è proprio
della prigione togliere ogni orientamento a chi vi finisce. Quando
sorprende una lama di luce, una voce, un semplice punto con cui
orizzontarsi, il prigioniero respira, spera e, invece di cadere
nell'atonia prodotta dall'assenza totale di segni che orientino la
sua detenzione, rimane sul chi vive, benché essa non debba terminare
che in un giorno già stabilito.
Colui
che si desta con essa, con questa sua anima che non è proprietà sua
finché egli non dispone di vista e di udito, si libera, si schiude
nell'atto di orientarsi senza uscire di sé, lascia la tana del sogno
e del non essere: essere e vita si orientano congiuntamente verso
dove l'anima li porta. Rinasce. E così colui che si desta con la sua
anima non teme nulla. E allorché essa parte lasciandolo in
abbandono, apprende qualcosa, se non si spaventa, qualcosa della
vocazione estatica dell'anima. Quel volo che nessuna analisi
scientifica può raggiungere. (Maria Zambrano, Chiari del bosco,
Bruno Mondadori, 2004).
Possesso
o consapevolezza dell'anima, condizione necessaria ad orientarsi nel
proprio stare al mondo, elemento insondabile e quindi irreale dal
punto di vista scientifico o situazione indispensabile per poter
udire e vedere e quindi entrare in relazione con il mondo?
domenica 4 novembre 2012
Scienze e natura dell'uomo
Se
si pensassero essenze puramente spirituali in un regno di persone
consistente solamente di queste ultime, il loro entrare in scena, il
lor sostentamento e sviluppo come il loro scomparire (qualunque siano
le rappresentazioni che ci si formano anche del retroscena a partire
da cui esse entrano in scena e in cui retrocederebbero di nuovo)
sarebbero legati a condizioni di tipo spirituale; il loro benessere
sarebbe fondato nella loro situazione rispetto al mondo spirituale;
il collegamento tra di loro, le azioni delle une sulle altre si
compirebbero attraverso mezzi puramente spirituali e gli effetti
durevoli delle loro azioni sarebbero di tipo puramente spirituale; il
loro stesso retrocedere dal regno delle persone avrebbe il suo
fondamento nell'elemento spirituale. il sistema di tali individui
verrebbe conosciuto in pure scienze dello spirito. In effetti un
individuo nasce, viene sostentato e si sviluppa sul fondamento delle
funzioni dell'organismo animale e delle loro relazioni con il corso
circostante di natura; il suo sentimento della vita è fondato
perlomeno parzialmente in queste funzioni, le sue impressioni sono
condizionate dagli organi di senso e dalle loro affezioni da parte
del mondo esterno; la ricchezza e la mobilità delle sue
rappresentazioni, la forza come pure la direzione dei suoi atti di
volontà li troviamo dipendenti in modo molteplice da alterazioni nel
suo sistema nervoso. Il suo impulso volontario porta le fibre
muscolari a contrarsi, e così un operare verso l'esterno è legato
ad alterazioni nei rapporti di situazione delle particelle di massa
dell'organismo; successi durevoli delle sue azioni volontarie
esistono solo nelle forme di alterazioni all'interno del mondo
materiale. Così la vita spirituale di un uomo è una parte,
isolabile solo per astrazione, dell'unità psico-fisica di vita quale
si presenta un esserci e una vita dell'uomo. Il sistema di queste
unità di vita è l'effettualità che costituisce l'oggetto delle
scienze storico-sociali. (Wilhelm Dilthey, Introduzione alle
scienze dello spirito, pp.25-27,
Bompiani Milano 2007).
Il
dualismo tipico delle scienze naturali, nella concezione occidentale
inaugurata con Cartesio e proseguita con l'Illuminismo e il
Positivismo, tra la natura biologica dell'uomo spiegabile come
fenomeno riconducibile soltanto a processi chimici attraverso i quali
le neuroscienze oggi situano il loro fondamento ermeneutico e
l'aspetto trascendente ridotto nella sfera della credenza e quindi di
competenza puramente teologica, ha causato la netta separazione tra
gli elementi costitutivi la natura umana. Il solo considerare gli
aspetti biologici concatenati in processi causali determinati da
combinazioni date dal patrimonio genetico rende omologabile ciascun
uomo al proprio simile in funzione delle possibili varianti che il
programma genetico dato ha stabilito in partenza. Perdendo di vista
la possibilità di considerare l'essere umano come un essere dotato
di qualità immateriali che potremmo definire come spirito, anima,
energia universale a seconda dei presupposti dai quali vogliamo
considerare la cosa, le scienze naturali e parte delle scienze umane
si precludono la via al raggiungimento dell'essenza trascendente di
ciascun essere umano come essere unico e irripetibile. Le scienze
dello spirito, così come sono definite da Dilthey permettono il
superamento dell'esigenza scientifico-naturale di misurare e
quantificare i fenomeni allo studio, in quanto entrano nel campo
delle infinite variabili contenute nel sistema relazionale insito
nell'uomo e nelle sue aggregazioni, cercando di comprendere i
fenomeni che accadono sulla base di assunti che non potendo essere
assoluti proprio perché non calcolabili, potranno essere sempre
perfettibili.
giovedì 11 ottobre 2012
La visione dell'uomo nella psicoanalisi
Dell'esatta
estensione della distruzione teoretica della nozione di uomo
implicita nel trattamento psicoanalitico di Freud ci facciamo un'idea
completa se confrontiamo i dati di fatto, da lui stesso definiti i
pilastri fondamentali della sua prassi
psicoanalitica, con le basi principali della sua teoria
psicoanalitica. Là la
'resistenza'
e il 'transfert'; qui l'organo cerebrale materiale con i suoi organi
di senso che percepiscono in maniera insufficiente la 'realtà', e
una serie lacunosa di atti di coscienza. I fenomeni indicati coi nomi
di 'transfert' e 'resistenza' sono fenomeni indicanti relazioni
interumane, fenomeni incontestabili ed effettivi. Per contro, né la
rappresentazione teorica di atti di una coscienza, né l'idea di un
organo cerebrale materiale isolato, corrispondono a una realtà
direttamente data. Per non parlare poi del fatto che esse non sono
affatto all'origine della nostra percezione dell'uomo, come Freud
continuava a ritenere. Entrambe sono invece già astrazioni
completamente sospese nell'aria. Sono riduzioni ideali di determinati
domini di essenza e di determinati eventi relazionali umani a entità
di tipo psichico e fisico rappresentate oggettivamente. Perciò non
c'è più neppure una via che riconduca da siffatte rappresentazioni
alla piena comprensione di un qualsiasi comportamento umano. Una
volta che si sia rappresentato il cervello umano come un organo
esistente per sé o come uno strumento materiale, in qual modo
potrebbero mai agire su di esso delle entità così immateriali e
prive di articolazioni quali sono gli atti coscienti? In qual modo e
in qual luogo una coscienza concepita così isolata potrebbe mai
dimorare in un organo cerebrale; in che modo quest'organo potrebbe
mai diventare un suo 'sostrato', un suo supporto? E come si potrebbe
mai concepire l'affermazione che la materia di questo sostrato si
volatizza da sé in atti psichici? Anzi, non si potrebbe neppure dire
in che modo ciò che viene recepito dai nostri organi sensoriali
possa essere trasportato in una coscienza supposta presente in
qualche punto di noi e ivi trasformato in atti di coscienza dotati di
significato. In realtà, i nostri organi sensoriali, in quanto tali e
di per sé, non sono in grado in generale di recepire e di percepire
alcunché. Chi percepisce ed è consapevole è invece sempre e
soltanto l'essere umano stesso nella sua totalità. Ma allora come
potrebbero i nostri organi sensoriali possedere anche “specifiche
facoltà di ricezione” in conseguenza delle quali il “congetturato
stato di cose reale” verrebbe mascherato in modo che noi dovremmo,
ovvero potremmo soltanto, affrontarlo solo successivamente e per
mezzo di complicate ipotesi dinamiche ed economiche?
Se
l'uomo, con tutto il suo mondo, fosse effettivamente costituito nel
modo in cui Freud, conformemente al pensiero
naturalistico-scientifico dell'epoca, continuò a teorizzarlo, cioè
semplicemente da meccanismi somato-psichici originariamente isolati,
come quello di un telescopio, e da entità del mondo esterno;
insomma, da un agglomerato di oggetti puramente-presenti e
originariamente separati, non potremmo mai sperare di percepire, per
non dire di capire, neppure una relazione così semplice come
l'essere-di-fronte di un oggetto per un soggetto o il mio
poter-incontrare un altro uomo. Tanto meno si potrebbe realmente
comprendere in che modo uno possa incorrere in uno stato di
'transfert' affettivo o di intensa 'resistenza' nei riguardi del suo
analista, e da costui, stando dentro un siffatto 'scenario' di
collaborazione interumana, essere curato e guarito. Non si sono mai
visti, infatti, meccanismi di qualunque tipo siano, che percepiscano
alcunché o addirittura si amino e si odino mutuamente. Per fortuna,
tutta questa automutilazione teoretica di Freud ebbe un ruolo
principale soltanto nei suoi libri; nella pratica del suo lavoro,
invece, Freud non cessò mai di considerare i suoi pazienti come
uomini globali, né li trattò mai, ivi, come telescopi o come fasci
di istinti, come pure avrebbe dovuto propriamente fare se si fosse
attenuto alla sua teoria.
Medard
Boss, Psicoanalisi e Analitica esistenziale,
Astrolabio, Roma 1973.
domenica 7 ottobre 2012
Libertà
Dato che nella lotta moderna per la libertà l'attenzione era assorbita dalla battaglia contro le vecchie forme di autorità e costrizione, era naturale pensare che eliminando il maggior numero possibile di queste costrizioni tradizionali la libertà sarebbe aumentata proporzionalmente. Tuttavia, non ci rendiamo sufficientemente conto del fatto che l'uomo, pur essendosi sbarazzato dei vecchi nemici della libertà, se ne trova dinanzi di nuovi di diversa natura; nemici che non sono fondamentalmente costrizioni esterne, ma fattori interni, che bloccano la piena realizzazione della libertà della personalità. Crediamo, ad esempio, che la libertà di culto costituisca una delle vittorie decisive ai fini della libertà. Non ci rendiamo sufficientemente conto che, pur trattandosi di una vittoria contro quei poteri della Chiesa e dello Stato che non consentivano all'uomo di praticare il culto che gli dettava la sua coscienza, l'individuo dei tempi moderni ha perduto in gran misura la capacità interiore di aver fede in qualcosa che non sia dimostrabile per mezzo dei metodi delle scienze naturali. Oppure, per scegliere un altro esempio, riteniamo che la libertà di parola sia l'ultimo passo della marcia vittoriosa della libertà. Dimentichiamo che, quantunque la libertà di parola costituisca un'importante vittoria nella battaglia contro le vecchie costrizioni, l'uomo moderno si trova in una situazione in cui gran parte di ciò che «egli» pensa e dice consiste in cose che tutti gli altri pensano e dicono; e che egli non ha acquistato la capacità di pensare originalmente – cioè con la propria testa – cosa che dà significato alla sua pretesa che nessuno debba interferire nell'espressione dei suoi pensieri. Siamo pure orgogliosi che nella sua condotta di vita l'uomo sia diventato libero da autorità esterne, che gli dicano che cosa fare e che cosa non fare. Trascuriamo il ruolo delle autorità anonime, come l'opinione pubblica e il «senso comune», le quali sono tanto potenti a causa della nostra profonda disposizione a conformarci a quello che tutti si attendono da noi, e a causa della nostra egualmente profonda paura di essere diversi. In altre parole, restiamo incantati di fronte allo sviluppo della libertà da forze esterne a noi, ma restiamo ciechi di fronte alla realtà delle costrizioni, dei freni e dei timori interni, che tendono a minare il significato delle vittorie che la libertà ha riportato contro i suoi tradizionali nemici. Perciò siamo portati a pensare che il problema della libertà sia esclusivamente quello di conquistare ancor più libertà del tipo che abbiamo conquistato nel corso della storia moderna, e a credere che tutto ciò che occorre sia difenderla da quei poteri che negano una libertà siffatta. Dimentichiamo che, quantunque ognuna delle libertà che abbiamo conquistato debba esser difesa con estremo vigore, il problema della libertà non è solo quantitativo ma anche qualitativo; che non solo dobbiamo conservare e accrescere la libertà tradizionale, ma che dobbiamo conquistare un nuovo tipo di libertà, che ci consenta di realizzare la nostra personalità individuale, di aver fede in essa e nella vita.
Fuga dalla libertà, pp. 92-93, E. Fromm, Mondadori, Milano 2012.
giovedì 4 ottobre 2012
Sapere e conoscenza
È
inevitabile accettare il fatto che se consideriamo quest’ultimo
periodo, lo troviamo pieno di scienza e conoscenza pura: di
conoscenza applicata alla tecnica e alla fabbricazione di strumenti,
ma povero, immensamente povero, di tutte le forme attive di
conoscenza. E per attive intendiamo quelle che nascono dal desiderio
di penetrare nel cuore umano, quelle che si fanno carico di
diffondere idee fondamentali come ispiratrici nella vita quotidiana
dell’uomo comune che non è, ne pretende di essere filosofo o
saggio.
Forme
creatrici che non scoprono ne indagano, bensì trasformano ciò che è
stato indagato e scoperto, idee vigenti, ossia attive. […]
La
vita ha bisogno di pensiero, ma ne ha bisogno perché non può
preservare lo stato in cui spontaneamente si produce. Non basta
infatti nascere una volta e muoversi in un mondo di strumenti utili.
La vita umana chiede di essere sempre trasformata, il pensiero vaga
abbandonato se non trasforma la vita, se non è accolto e accettato,
patrimonio solo di coloro che sono stati capaci di scoprirlo.
Maria
Zambrano, Verso un sapere dell’anima, Raffaello
Cortina, Milano 1996.
Se
devo pensare a un aggettivo che caratterizzi il vivere comune di
questi tempi, questo è: "superficiale".
Nel
senso che tutto ciò che ci viene incontro oggi è attraversato da
uno sguardo che sfiora la superficie delle cose senza il tempo o il
bisogno di penetrare nella vera essenza di ciò che ci appare come
fenomeno. Apparentemente abbiamo la presunzione di sapere tutto a
proposito di ciò che ci circonda, bersagliati come siamo da una
infinità di informazioni che non ci concedono la possibilità di una
riflessione approfondita degli eventi che ci accadono. In realtà
finiamo per non sapere niente di ciò che abbiamo intorno proprio
perché ci accontentiamo di un sapere fittizio, fatto di frasi
riportate, di immagini sfuggenti, di rimandi di opinioni che altri
confezionano per noi, pensando in nostra vece.
Il
"sapere di non sapere" socratico era espressione di estrema
umiltà di un vero sapiente, il nostro "sapere di ogni cosa"
è espressione vana di un'estrema presunzione vacua.
sabato 29 settembre 2012
Intersoggettività e relazione
Siamo
sulla via giusta per determinare l'essenza dell'uomo se e finché
consideriamo l'uomo come un essere vivente tra gli altri, che si
distingue rispetto alle piante, agli animali e a Dio? Si può
procedere così, si può cioè in tal modo situare l'uomo all'interno
dell'ente e considerarlo come un ente tra gli altri. Così facendo
si potranno sempre fare asserzioni corrette sull'uomo. Ma si deve
anche avere ben chiaro che così l'uomo è definitivamente cacciato
nell'ambito dell'essenza dell'animalitas, anche quando non lo
si assimila all'animale, ma gli si riconosce una differenza
specifica. In linea di principio si pensa sempre all'homo animalis
anche quando l'anima è
posta come animus sive mens,
e quindi come soggetto, come persona, come spirito. Questo modo di
porre è il modo tipico della metafisica. Ma così l'essenza
dell'uomo è stimata troppo poveramente, e non è pensata nella sua
provenienza, una provenienza essenziale che per l'umanità storica
resta sempre il futuro essenziale. La metafisica pensa l'uomo a
partire dall'animalitas,
e non pensa in direzione della sua humanitas.
La
metafisica si chiude di fronte al semplice fatto essenziale che
l'uomo si dispiega solo nella sua essenza in quanto è chiamato
dall'essere. Solo a partire da questa chiamata, l'uomo “ha”
trovato dove la sua essenza abita. Solo a partire da questo abitare
egli “ha” il linguaggio come dimora che conserva alla sua essenza
il carattere estatico. […]
Ne
consegue che di e-sistenza si può parlare solo in relazione
all'essenza dell'uomo, cioè solo in relazione al modo umano di
“essere”; perché solo l'uomo, per quanto ne abbiamo esperienza,
è coinvolto nel destino dell'e-sistenza. Perciò l'e-sistenza non
può mai essere pensata come una specie particolare tra le altre
specie di viventi, dato che l'uomo è destinato a pensare l'essenza
del suo essere, e non solo a raccontare storie naturali e storiche
sulla sua costituzione e la sua attività. (M. Heidegger, Lettera
sull'umanismo, Adelphi, Milano,
1987, pp.276-277).
… Un
avvicinamento interumano, dove non c'è la contrapposizione
soggetto-oggetto, ma un insieme di relazioni, perché l'oggetto si
risolve nel significato che esso assume per l'Io, e l'Io nell'oggetto
in cui la sua intenzionalità emotiva si evidenzia. (K. Jaspers,
Psicologia generale, Il Pensiero Scientifico, Roma 2000, p.244
).
Il
linguaggio che definisce l'uomo nella sua essenza cos'altro è se non
relazione? Possiamo quindi affermare che nella relazione “abita”
l'essere dell'uomo in quanto essenza intersoggettiva. Relazione che
si pone in essere tra soggetti che si riconoscono e si identificano
nel rapporto Io-Tu scavalcando l'oggettivazione dell'altro, diventato
a sua volta l'Io me stesso contrapposto ad un altro Io in quanto
essere identico a me, co-soggetto esperito nella relazione. Relazione
che si intenziona sulla base di codici non solo appartenenti al
linguaggio comune, ma anche e soprattutto, attraverso un medesimo
sentire fondato sull'humanitas,
la quale apre una possibilità ulteriore di relazione fondata su ciò
che definiamo empatia.
mercoledì 12 settembre 2012
Identità, relazione e Infinito
In
realtà il «chi
è?»
non è una domanda e non è soddisfatto da un sapere. Quello cui è
posta la domanda, si
è già presentato,
senza essere un contenuto. Si è presentato come volto. Il volto non
è una modalità della quiddità una risposta ad una domanda, ma è
correlativo a ciò che precede ogni domanda. ciò che precede ogni
domanda non è, a sua volta, una domanda, né una conoscenza
posseduta a priori, ma Desiderio. Il chi
correlativo al Desiderio, il chi
cui è posta la domanda è, in metafisica, una «nozione»
fondamentale ed universale nella stessa misura in cui lo sono la
quiddità, l'essere, l'ente e le categorie.
Certo,
il chi
è per lo più un che
cosa.
Si domanda «chi è il signor X» e si risponde: «È il presidente
del Consiglio di Stato» o «È il signor Tale». La risposta si
offre come quiddità, si riferisce a un sistema di relazioni. Alla
domanda chi?
risponde la presenza non qualificata di un ente che si
presenta
senza riferirsi a niente e che, però, si distingue da ogni altro
ente. La domanda chi?
tende
ad un volto. La nozione di volto differisce da qualsiasi contenuto
rappresentato. Se la domanda chi
non domanda nello stesso senso della domanda che
cosa,
questo significa che in questo caso ciò che si domanda e chi è
interrogato coincidono. Tendere ad un volto, significa porre la
domanda chi
proprio al volto che costituisce la risposta a questa domanda. Chi
risponde e ciò che è risposto coincidono. Il volto, espressione per
eccellenza, formula la parola fondamentale: il significante che viene
alla luce al culmine del suo segno, come degli occhi che vi fissano.
Il
chi
dell'attività non è espresso nell'attività,
non è presente,
non assiste alla propria manifestazione, ma vi è semplicemente
significato da un segno in un sistema di segni, cioè come un essere
che si manifesta appunto in quanto assente dalla propria
manifestazione: una manifestazione in assenza dell'essere-un
fenomeno. Quando si comprende l'uomo a partire dalle sue opere, esso
è più sorpreso che compreso. La sua vita e il suo lavoro lo
nascondono. Simboli, essi rimandano all'interpretazione. La
fenomenicità di cui si tratta non indica semplicemente una
relatività della conoscenza; ma un modo
d'essere
in cui nulla è definitivo, in cui tutto è segno, presente che si
assenta dalla sua presenza e, in questo senso, sogno.
(…)
Soltanto
andando incontro ad Altri sono presente a me stesso. Non è che la
mia esistenza si costituisca nel pensiero degli altri. Una esistenza
cosiddetta oggettiva, quale si riflette nel pensiero degli altri, e
in base alla quale faccio parte dell'universalità, dello Stato,
della storia, della totalità, non mi esprime ma appunto mi nasconde.
Il volto che accolgo mi fa passare dal fenomeno all'essere in un
altro senso: nel discorso mi espongo all'interrogazione d'Altri e
questa urgenza della risposta-stimolo acuto del presente-mi genera
alla responsabilità; in quanto responsabile sono ricondotto alla mia
realtà ultima. Questa attenzione estrema non attualizza quello che
era in potenza, poiché essa non è concepibile senza l'Altro. Essere
attenti significa un sovrappiù di coscienza che presuppone l'appello
dell'Altro. Essere attenti significa riconoscere la signoria
dell'Altro, ricevere il suo ordine o più esattamente ricevere da lui
l'ordine di dare ordini. La mia esistenza come «cosa in sé» inizia
con la presenza in me dell'idea dell'Infinito, quando mi cerco nella
mia realtà ultima. Ma questo rapporto consiste già nel servire
Altri.
Emmanuel
Lévinas: Totalità e infinito - Jaca Book (pp. 181-184 )
venerdì 7 settembre 2012
Nome essenza dell'Io
Nome
essenza dell'Io
Io
ho un nome o sono un nome?
Qual
è l'elemento che identifica la mia essenza?
Il
mio apparire come fenomeno che si intenziona di fronte a un Tu
oggettivante o il mio essere ontico, il mio Io in sé esistente per
se stesso in quanto ente pensante?
Mi
è sufficiente il Cogito ergo sum
per dirmi Io o devo
definirmi attraverso un fonema che esprima ciò che mi
contraddistingue?
Il
mio chiamarmi/chiamare me come Roberto
definisce la mia essenza o il nome è soltanto un'etichetta che
altri, i miei genitori, mi hanno consegnato a suo tempo?
Sarei
diverso oggi se mi fossi chiamato Giuseppe o Andrea?
Mi
sento diverso se qualcuno, scherzosamente o involontariamente storpia
chiamandomi, il mio nome?
Chi
sono io se devo definirmi? Con chi parlo quando parlo a me stesso? A
chi mi rivolgo quando mi parlo, magari in uno specchio o attraverso i
miei pensieri?
La
risposta forse, non è nella definizione di me attraverso il nome ma
il nome stesso, che chiamandomi a sua volta, definisce il Me
ponendolo in relazione all'altro: Tu o alter ego che sia, in ogni
caso l'ente intenzionato che mi è di fronte, in quanto essere altro
in relazione con me.
Il
nome quindi come possibilità di relazione che mi permette di entrare
in contatto con la mia essenza attraverso l'oggetto, il Tu, del mio
essere definito. Un Tu che mi oggettiva ponendosi come soggetto e
oggettivato a sua volta da me che gli sto di fronte identificato
attraverso il nome, proprio o attribuito.
In
una parola, possiamo dire che il nome è relazione, di conseguenza è
la relazione che mi identifica come Io oggettivato nel rapporto con
l'altro e quindi mi definisce.
sabato 25 agosto 2012
L'identificazione dell'Io nella relazione con il Tu
“Si
potrebbe dire che l'Io è per il fatto di pensarsi. Ovvero ancora
cogito ergo sum. Così esso
diviene identità di pensare ed essere: è perché si pensa e si
pensa perché è; e anche all'identità tra soggetto e oggetto: è il
soggetto che, nell'atto di pensarsi, è al tempo stesso il proprio
oggetto. Si faccia però anche attenzione al fatto che la
proposizione «Io
sono»
non può di per sé essere pensata senza parole, ovvero senza una
relazione magari ideale con il Tu – sebbene l'Io che si pensa e che
esprime la propria esistenza non è chiaramente consapevole di tale
relazione o magari non lo è affatto – proprio per il fatto che
l'Io non esiste al di fuori di tale relazione. Se davvero viene
pensata senza parole, allora non si tratta della proposizione stessa,
bensì del principio di identità nella sua sottrazione e mancanza di
oggetto. Si pensa il pensiero senza un oggetto cui si riferirebbe,
ovvero l'Io si pensa in maniera assoluta senza in ciò capire se
stesso. Può infatti capirsi solo nella relazione con il Tu. Questo
non è di certo l'Io reale ma è – dato che pensa se stesso, che
pensando si riferisce a se stesso e si rende dunque «oggetto»
- il moi di
Pascal divenuto astratto, il mio-a-me, l'Io che esiste nel
«solipsismo dell'Io» di un mero pensiero. L'Io reale esiste in un
rapporto con il Tu, anche il moi
di
Pascal, che è qualcosa di oltremodo concreto, che esiste nella sua
chiusura di fronte al Tu ma comunque sempre in rapporto, seppur
negativo, con il Tu. Il vero Io esiste laddove e quando si muove
verso il Tu; non nell'«Io-solipsismo» del suo pensiero che sempre
di nuovo si genera e si ingloba e nel quale pensa se stesso; bensì
soggettivamente nell'amore – nel quale riceve senso e direzione la
sua intima realtà dell'«Io voglio» e della quale l'Io
intellegibile dell'etico nulla sa – oggettivamente però non
altrove se non nella parola, non per il fatto che si pensa
ma invece che si esprime.
La parola e l'amore sono i veicoli autentici del suo rapporto e del
suo «movimento» verso il Tu.”
Ferdinand
Ebner: Frammenti Pneumatologici – Frammento 10. Ed. S. Paolo 1998
domenica 26 febbraio 2012
Umanità e natura
Dio disse: «Facciamo l'uomo: sia simile a noi, sia la nostra immagine. Dominerà sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, sugli animali selvatici e su quelli che strisciano al suolo». Dio creò l'uomo simile a sé, lo creò a immagine di Dio, maschio e femmina li creò. Li benedisse con queste parole: «Siate fecondi, diventate numerosi, popolate la terra. Governatela e dominate sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e su tutti gli animali che si muovono sulla terra». (Genesi – 1,26-28)
Il futuro dell'umanità costituisce il primo dovere del comportamento umano collettivo nell'era della civiltà tecnica divenuta, modo negativo, «onnipotente». In esso è evidentemente incluso il futuro della natura in quanto condizione sine-qua-non; ma, anche indipendentemente da ciò, si tratta di una responsabilità metafisica in sé e per sé, dal momento in cui l'uomo è diventato un pericolo non soltanto per se stesso, ma per l'intera biosfera. Persino se i due aspetti fossero separabili, ossia anche se in un ambiente di vita devastato (e in gran parte ricostruito artificialmente) fosse possibile per i nostri discendenti una vita nominalmente umana, la pienezza vitale della terra, prodottasi nel corso di un lungo processo creativo della natura e adesso affidato a noi, avrebbe di per se stessa diritto alla nostra tutela. Ma poiché i due aspetti non sono in effetti separabili, se non a prezzo di una caricatura dell'immagine dell'uomo, - poiché nel punto decisivo e cioè davanti all'alternativa: «conservazione oppure distruzione», l'interesse dell'uomo coincide nel senso più sublime con quello del resto della vita in quanto sua dimora cosmica, - possiamo trattare entrambi i doveri come se fossero uno solo, ricorrendo al concetto guida di dovere verso l'uomo, senza per questo cadere in una visione riduttiva antropocentrica. L'esclusiva fissazione sull'uomo in quanto diverso dal resto della natura può significare solo immiserimento, anzi disumanizzazione dell'uomo stesso, atrofia del suo essere anche nel caso fortunato della conservazione biologica, il che dunque contraddice il suo fine dichiarato, sanzionato proprio dalla dignità del suo essere. In un'ottica veramente umana rimane alla natura la sua dignità propria, che si contrappone all'arbitrio del nostro potere. In quanto da lei generati, siamo debitori, verso la totalità a noi prossima delle sue creature, di una dedizione di cui quella verso il nostro essere costituisce soltanto la punta più elevata. Ma questa, correttamente intesa, comprende in sé tutto il resto (Hans Jonas - Il principio responsabilità - Piccola Biblioteca Einaudi).
La civiltà occidentale, figlia della cultura giudaico-cristiana ha sempre considerato la natura come altro da sé rispetto all'uomo in quanto essere preposto al dominio della stessa presupponendo l'autorità consegnatagli da Dio in funzione dell'essere creato a Sua immagine e somiglianza. Da qui il concetto, latente nell'età moderna ma sviluppatosi in misura abnorme dall'epoca della rivoluzione industriale spronata dal positivismo, che ha giustificato lo sfruttamento illimitato delle risorse naturali senza prendere in considerazione la possibilità che le stesse potessero esaurirsi in un futuro prossimo, dimostrando una cecità causata dalla sete di profitto.
Quello a cui assistiamo oggi è un fenomeno sempre più marcato di pericolo della mancanza di risorse aggravato dal fatto che lo sviluppo della condizione vitale dell'uomo si trova ad essere sempre più dipendente dalla tecnica senza la quale la civiltà non soltanto occidentale inevitabilmente ormai risulta dipendente.
A questo punto, viste le difficoltà dovute alla non troppo lontana possibilità che le risorse energetiche possano esaurirsi, è ancora possibile ipotizzare un futuro per l'umanità che prescinda dallo sfruttamento indiscriminato delle risorse stesse, innescando un circolo virtuoso che riesca a ridurre in misura considerevole lo sfruttamento della natura in modo da riequilibrare, per ciò che ancora è possibile, il rapporto con l'ambiente che ci circonda? Tutto questo è utopia oppure è utopico il pensare che le risorse alle quali attingiamo quotidianamente potranno soddisfare in eterno i nostri bisogni?
sabato 18 febbraio 2012
Oriente Occidente
L'Occidente è la cultura intesa come scienza, cioè come conoscenza del mondo attorno all'io, mentre l'io è solo strumento e luogo di pensiero; ne derivano le scienze della natura e dell'osservazione. L'Oriente invece vuol dire cultura in quanto ricerca dell'io pensante, il pensiero inteso come pensiero dell'io che pensa se stesso perché l'io non è parte del tutto, ma il tutto. Il distinguere è illusione, il tutto, l'assoluto, è verità. Cercare di distinguere è la via dell'errore. In queste due direzioni il mondo s'è mosso per secoli arrivando a questo pauroso abisso di oggi in cui da una parte c'è l'io che ha dimenticato se stesso nella conoscenza dell'attorno, anzi è diventato schiavo del conosciuto – la civiltà della macchina e la fine dell'umanesimo -; dall'altra parte c'è l'io che ha raggiunto profondità ricchissime e forme di cultura avanzate, ma che, avendo dimenticato la conoscenza dell'attorno, ora muore di fame e ancora di peste e di lebbra. (Pensiero di padre Sandro Bencivenni, domenicano in Kyoto nel 1965, riportato da Tiziano Terzani nel volume “In Asia”).
Tenendo conto della datazione del pensiero sopra citato e nella consapevolezza che l'Asia di oggi non è certo quella degli anni '60, restano comunque due concezioni dell'uomo visibilmente in antitesi e dalle quali sembra difficile trarre una sintesi. L'io occidentale proiettato verso il conosciuto del quale è diventato schiavo non senza aver prima coinvolto e trascinato con sé grosse parti dell'Oriente odierno contrapposto a una concezione dell'io significativamente più autoriflessiva tipicamente orientale e che oggi appare presente in maniera trasversale e nemmeno troppo elitaria e sporadica anche in alcuni strati della cultura occidentale. Che sia forse questa la sintesi che riesce a dare un senso a tutto ciò?
giovedì 26 gennaio 2012
Vendetta o perdono
La vendetta è un piatto che si serve freddo...
La miglior vendetta è il perdono...
Saggezza popolare curiosamente contraddittoria, quasi ad indicare che il buon senso a volte spiega tutto e il suo contrario e forse anche per questo riesce spesso a trovare spiegazioni adattabili alla realtà del nostro vivere.
Ma quali sono gli istinti che ci portano al bisogno di sanare le ferite che l'altro ci può infliggere attraverso il reiterare quelle stesse ferite verso chi ci offende? Sono davvero lenitive le sofferenze altrui qualora fossero esse stesse causa delle nostre? E non esiste il pericolo che tutto questo rimandare di azioni rivendicative reiterate non porti all'innesco di una spirale auto alimentata dalla quale è impossibile uscire?
Le ferite che l'altro ci infligge o meglio, che riesce a sfiorare attraverso comportamenti per noi significanti sulla base dei nostri vissuti negativi che emergono nel momento in cui vengono toccati nervi scoperti che ancora non siamo riusciti a risolvere e affrontare, ci porta reagire in modo spesso violento ributtando addosso al nostro nemico tutta la violenza di cui siamo capaci moltiplicando spesso l'entità di quanto ricevuto. Il tutto in nome di un appagamento soltanto fittizio, in quanto frutto di una sofferenza inflitta che non potrà mai ripagare l'offesa subita che comunque resta, in quanto ferita non rimarginata, dentro di noi. La vendetta è portatrice quindi di una sofferenza non ripagata, alimentata ulteriormente da altra sofferenza che genererà a sua volta altra violenza in una coazione a ripetere che non troverà soluzione se non nella frustrazione del non essere appagata.
Altra cosa è il perdono. E non mi riferisco qui al perdono di matrice cristiana, al porgere l'altra guancia in un senso di remissività che porti all'annullamento della personalità della figura offesa, la quale si annulla e quasi si compiace della sua magnanimità legittimata dall'ampiezza del valore intrinseco della sofferenza subita.
Mi riferisco invece alla possibilità della comprensione quale pratica dell'agire nella relazione, dove comprendere significa prendere insieme, considerando analiticamente le ragioni di un agire anche violento che si rivolge contro di noi per ragioni che con noi hanno poco a che vedere, spinto probabilmente da un vissuto nel quale le ferite patite provengono da un luogo che l'agente stesso fatica a riconoscere. A questo punto l'atteggiamento comprensivo dovrebbe essere in grado di sospendere il giudizio e l'azione responsiva in nome di un'analisi delle vere ragioni che possono aver spinto il nostro interlocutore ad agire in quel modo. Lo sforzo, e qui sta tutta la difficoltà di un agire così fuori dagli schemi, dovrebbe essere appunto quello di andare incontro all'altro superando o almeno mettendo in sospensione quelle che sono le nostre ferite, toccate dalle offese ricevute, come se fossimo per un attimo riusciti a spalmare un balsamo coprente sulle nostre lacerazioni interiori. Soltanto così potremo spezzare la spirale vendicativa che altrimenti si innescherebbe in caso di una nostra risposta altrettanto violenta. La ricerca delle ragioni dell'altro, per quanto lontane dal nostro pensare, possono avere una logica insospettata ma coerente, se vista da un punto di osservazione differente, consapevoli, nel nostro comprendere, che ciascun punto di vista è comunque e sempre la vista da un punto.
lunedì 19 dicembre 2011
Per un'etica senza Dio
Con l'accettazione del principio della Morte di Dio e la conseguente caduta dell'uomo nel nichilismo, anche se inteso nel senso positivo di volontà di potenza, si pone a questo punto il problema di un etica svincolata dai precetti religiosi... alla quale dover fare riferimento, venendo ora a mancare i capisaldi a cui l'uomo, confortato dalla parola di Dio era abituato ad osservare. La scienza, nella sua attuale presunzione di onnipotenza, si pone come portatrice di valori che tali non sono. Se pensiamo solo alle nuove tecniche di rianimazione e ricerca in medicina, possiamo capire quanto oggi l'uomo sia oltremodo orfano non solo del Padre, ma anche di un senso dell'etica che non può più fare affidamento sui dogmi religiosi. L'affermazione di un'etica laica può essere la sfida lanciata all'uomo ormai orfano di Dio e finalmente costretto a fare a meno della guida paterna. Riuscirà l'uomo tecnologico a vincere questa sfida?
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