sabato 25 agosto 2012

L'identificazione dell'Io nella relazione con il Tu


Si potrebbe dire che l'Io è per il fatto di pensarsi. Ovvero ancora cogito ergo sum. Così esso diviene identità di pensare ed essere: è perché si pensa e si pensa perché è; e anche all'identità tra soggetto e oggetto: è il soggetto che, nell'atto di pensarsi, è al tempo stesso il proprio oggetto. Si faccia però anche attenzione al fatto che la proposizione «Io sono» non può di per sé essere pensata senza parole, ovvero senza una relazione magari ideale con il Tu – sebbene l'Io che si pensa e che esprime la propria esistenza non è chiaramente consapevole di tale relazione o magari non lo è affatto – proprio per il fatto che l'Io non esiste al di fuori di tale relazione. Se davvero viene pensata senza parole, allora non si tratta della proposizione stessa, bensì del principio di identità nella sua sottrazione e mancanza di oggetto. Si pensa il pensiero senza un oggetto cui si riferirebbe, ovvero l'Io si pensa in maniera assoluta senza in ciò capire se stesso. Può infatti capirsi solo nella relazione con il Tu. Questo non è di certo l'Io reale ma è – dato che pensa se stesso, che pensando si riferisce a se stesso e si rende dunque «oggetto» - il moi di Pascal divenuto astratto, il mio-a-me, l'Io che esiste nel «solipsismo dell'Io» di un mero pensiero. L'Io reale esiste in un rapporto con il Tu, anche il moi di Pascal, che è qualcosa di oltremodo concreto, che esiste nella sua chiusura di fronte al Tu ma comunque sempre in rapporto, seppur negativo, con il Tu. Il vero Io esiste laddove e quando si muove verso il Tu; non nell'«Io-solipsismo» del suo pensiero che sempre di nuovo si genera e si ingloba e nel quale pensa se stesso; bensì soggettivamente nell'amore – nel quale riceve senso e direzione la sua intima realtà dell'«Io voglio» e della quale l'Io intellegibile dell'etico nulla sa – oggettivamente però non altrove se non nella parola, non per il fatto che si pensa ma invece che si esprime. La parola e l'amore sono i veicoli autentici del suo rapporto e del suo «movimento» verso il Tu.”

Ferdinand Ebner: Frammenti Pneumatologici – Frammento 10. Ed. S. Paolo 1998

domenica 26 febbraio 2012

Umanità e natura

Dio disse: «Facciamo l'uomo: sia simile a noi, sia la nostra immagine. Dominerà sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, sugli animali selvatici e su quelli che strisciano al suolo». Dio creò l'uomo simile a sé, lo creò a immagine di Dio, maschio e femmina li creò. Li benedisse con queste parole: «Siate fecondi, diventate numerosi, popolate la terra. Governatela e dominate sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e su tutti gli animali che si muovono sulla terra». (Genesi – 1,26-28)









Il futuro dell'umanità costituisce il primo dovere del comportamento umano collettivo nell'era della civiltà tecnica divenuta, modo negativo, «onnipotente». In esso è evidentemente incluso il futuro della natura in quanto condizione sine-qua-non; ma, anche indipendentemente da ciò, si tratta di una responsabilità metafisica in sé e per sé, dal momento in cui l'uomo è diventato un pericolo non soltanto per se stesso, ma per l'intera biosfera. Persino se i due aspetti fossero separabili, ossia anche se in un ambiente di vita devastato (e in gran parte ricostruito artificialmente) fosse possibile per i nostri discendenti una vita nominalmente umana, la pienezza vitale della terra, prodottasi nel corso di un lungo processo creativo della natura e adesso affidato a noi, avrebbe di per se stessa diritto alla nostra tutela. Ma poiché i due aspetti non sono in effetti separabili, se non a prezzo di una caricatura dell'immagine dell'uomo, - poiché nel punto decisivo e cioè davanti all'alternativa: «conservazione oppure distruzione», l'interesse dell'uomo coincide nel senso più sublime con quello del resto della vita in quanto sua dimora cosmica, - possiamo trattare entrambi i doveri come se fossero uno solo, ricorrendo al concetto guida di dovere verso l'uomo, senza per questo cadere in una visione riduttiva antropocentrica. L'esclusiva fissazione sull'uomo in quanto diverso dal resto della natura può significare solo immiserimento, anzi disumanizzazione dell'uomo stesso, atrofia del suo essere anche nel caso fortunato della conservazione biologica, il che dunque contraddice il suo fine dichiarato, sanzionato proprio dalla dignità del suo essere. In un'ottica veramente umana rimane alla natura la sua dignità propria, che si contrappone all'arbitrio del nostro potere. In quanto da lei generati, siamo debitori, verso la totalità a noi prossima delle sue creature, di una dedizione di cui quella verso il nostro essere costituisce soltanto la punta più elevata. Ma questa, correttamente intesa, comprende in sé tutto il resto (Hans Jonas - Il principio responsabilità - Piccola Biblioteca Einaudi).


La civiltà occidentale, figlia della cultura giudaico-cristiana ha sempre considerato la natura come altro da sé rispetto all'uomo in quanto essere preposto al dominio della stessa presupponendo l'autorità consegnatagli da Dio in funzione dell'essere creato a Sua immagine e somiglianza. Da qui il concetto, latente nell'età moderna ma sviluppatosi in misura abnorme dall'epoca della rivoluzione industriale spronata dal positivismo,  che ha giustificato lo sfruttamento illimitato delle risorse naturali senza prendere in considerazione la possibilità che le stesse potessero esaurirsi in un futuro prossimo, dimostrando una cecità causata dalla sete di profitto. 
Quello a cui assistiamo oggi è un fenomeno sempre più marcato di pericolo della mancanza di risorse aggravato dal fatto che lo sviluppo della condizione vitale dell'uomo si trova ad essere sempre più dipendente dalla tecnica senza la quale la civiltà non soltanto occidentale inevitabilmente ormai risulta dipendente.
A questo punto, viste le difficoltà dovute alla non troppo lontana possibilità che le risorse energetiche possano esaurirsi, è ancora possibile ipotizzare un futuro per l'umanità che prescinda dallo sfruttamento indiscriminato delle risorse stesse, innescando un circolo virtuoso che riesca a ridurre in misura considerevole lo sfruttamento della natura in modo da riequilibrare, per ciò che ancora è possibile, il rapporto con l'ambiente che ci circonda? Tutto questo è utopia oppure è utopico il pensare che le risorse alle quali attingiamo quotidianamente potranno soddisfare in eterno i nostri bisogni?

sabato 18 febbraio 2012

Oriente Occidente

L'Occidente è la cultura intesa come scienza, cioè come conoscenza del mondo attorno all'io, mentre l'io è solo strumento e luogo di pensiero; ne derivano le scienze della natura e dell'osservazione. L'Oriente invece vuol dire cultura in quanto ricerca dell'io pensante, il pensiero inteso come pensiero dell'io che pensa se stesso perché l'io non è parte del tutto, ma il tutto. Il distinguere è illusione, il tutto, l'assoluto, è verità. Cercare di distinguere è la via dell'errore. In queste due direzioni il mondo s'è mosso per secoli arrivando a questo pauroso abisso di oggi in cui da una parte c'è l'io che ha dimenticato se stesso nella conoscenza dell'attorno, anzi è diventato schiavo del conosciuto – la civiltà della macchina e la fine dell'umanesimo -; dall'altra parte c'è l'io che ha raggiunto profondità ricchissime e forme di cultura avanzate, ma che, avendo dimenticato la conoscenza dell'attorno, ora muore di fame e ancora di peste e di lebbra. (Pensiero di padre Sandro Bencivenni, domenicano in Kyoto nel 1965, riportato da Tiziano Terzani nel volume “In Asia”).
Tenendo conto della datazione del pensiero sopra citato e nella consapevolezza che l'Asia di oggi non è certo quella degli anni '60, restano comunque due concezioni dell'uomo visibilmente in antitesi e dalle quali sembra difficile trarre una sintesi. L'io occidentale proiettato verso il conosciuto del quale è diventato schiavo non senza aver prima coinvolto e trascinato con sé grosse parti dell'Oriente odierno contrapposto a una concezione dell'io significativamente più autoriflessiva tipicamente orientale e che oggi appare presente in maniera trasversale e nemmeno troppo elitaria e sporadica anche in alcuni strati della cultura occidentale. Che sia forse questa la sintesi che riesce a dare un senso a tutto ciò?

giovedì 26 gennaio 2012

Vendetta o perdono

La vendetta è un piatto che si serve freddo...
La miglior vendetta è il perdono...

Saggezza popolare curiosamente contraddittoria, quasi ad indicare che il buon senso a volte spiega tutto e il suo contrario e forse anche per questo riesce spesso a trovare spiegazioni adattabili alla realtà del nostro vivere.
Ma quali sono gli istinti che ci portano al bisogno di sanare le ferite che l'altro ci può infliggere attraverso il reiterare quelle stesse ferite verso chi ci offende? Sono davvero lenitive le sofferenze altrui qualora fossero esse stesse causa delle nostre? E non esiste il pericolo che tutto questo rimandare di azioni rivendicative reiterate non porti all'innesco di una spirale auto alimentata dalla quale è impossibile uscire?
Le ferite che l'altro ci infligge o meglio, che riesce a sfiorare attraverso comportamenti per noi significanti sulla base dei nostri vissuti negativi che emergono nel momento in cui vengono toccati nervi scoperti che ancora non siamo riusciti a risolvere e affrontare, ci porta reagire in modo spesso violento ributtando addosso al nostro nemico tutta la violenza di cui siamo capaci moltiplicando spesso l'entità di quanto ricevuto. Il tutto in nome di un appagamento soltanto fittizio, in quanto frutto di una sofferenza inflitta che non potrà mai ripagare l'offesa subita che comunque resta, in quanto ferita non rimarginata, dentro di noi. La vendetta è portatrice quindi di una sofferenza non ripagata, alimentata ulteriormente da altra sofferenza che genererà a sua volta altra violenza in una coazione a ripetere che non troverà soluzione se non nella frustrazione del non essere appagata.
Altra cosa è il perdono. E non mi riferisco qui al perdono di matrice cristiana, al porgere l'altra guancia in un senso di remissività che porti all'annullamento della personalità della figura offesa, la quale si annulla e quasi si compiace della sua magnanimità legittimata dall'ampiezza del valore intrinseco della sofferenza subita.
Mi riferisco invece alla possibilità della comprensione quale pratica dell'agire nella relazione, dove comprendere significa prendere insieme, considerando analiticamente le ragioni di un agire anche violento che si rivolge contro di noi per ragioni che con noi hanno poco a che vedere, spinto probabilmente da un vissuto nel quale le ferite patite provengono da un luogo che l'agente stesso fatica a riconoscere. A questo punto l'atteggiamento comprensivo dovrebbe essere in grado di sospendere il giudizio e l'azione responsiva in nome di un'analisi delle vere ragioni che possono aver spinto il nostro interlocutore ad agire in quel modo. Lo sforzo, e qui sta tutta la difficoltà di un agire così fuori dagli schemi, dovrebbe essere appunto quello di andare incontro all'altro superando o almeno mettendo in sospensione quelle che sono le nostre ferite, toccate dalle offese ricevute, come se fossimo per un attimo riusciti a spalmare un balsamo coprente sulle nostre lacerazioni interiori. Soltanto così potremo spezzare la spirale vendicativa che altrimenti si innescherebbe in caso di una nostra risposta altrettanto violenta. La ricerca delle ragioni dell'altro, per quanto lontane dal nostro pensare, possono avere una logica insospettata ma coerente, se vista da un punto di osservazione differente, consapevoli, nel nostro comprendere, che ciascun punto di vista è comunque e sempre la vista da un punto.

lunedì 19 dicembre 2011

Per un'etica senza Dio

Con l'accettazione del principio della Morte di Dio e la conseguente caduta dell'uomo nel nichilismo, anche se inteso nel senso positivo di volontà di potenza, si pone a questo punto il problema di un etica svincolata dai precetti religiosi... alla quale dover fare riferimento, venendo ora a mancare i capisaldi a cui l'uomo, confortato dalla parola di Dio era abituato ad osservare. La scienza, nella sua attuale presunzione di onnipotenza, si pone come portatrice di valori che tali non sono. Se pensiamo solo alle nuove tecniche di rianimazione e ricerca in medicina, possiamo capire quanto oggi l'uomo sia oltremodo orfano non solo del Padre, ma anche di un senso dell'etica che non può più fare affidamento sui dogmi religiosi. L'affermazione di un'etica laica può essere la sfida lanciata all'uomo ormai orfano di Dio e finalmente costretto a fare a meno della guida paterna. Riuscirà l'uomo tecnologico a vincere questa sfida?

mercoledì 30 novembre 2011

Libertà e fine vita

Il caso di Lucio Magri pone e impone una riflessione sulla libertà di ciascuno di disporre della decisione riguardo al momento della propria fine.
Al di là del caso particolare per il quale provo profondo rispetto e di conseguenza non ritengo giusto dissertare in quanto ciò che è accaduto è frutto di scelte personali e percorsi sconosciuti se non ai protagonisti della vicenda, mi pare opportuno cogliere l'occasione per una riflessione. La religione cristiana afferma che l'uomo non è padrone della propria vita in quanto essa è dono divino, di conseguenza soltanto Dio può decidere il quando e il come questa può aver termine. Sempre la Chiesa cattolica però accetta, anzi incentiva, la scienza medica che prolunga a dismisura l'opportunità di vita attraverso pratiche terapeutiche dal significato naturale quantomeno discutibile.
L'utilizzo di tecniche terapeutiche più o meno invasive ha permesso di procrastinare l'aspettativa di vita per determinati pazienti in un tempo non lontano destinati a morte breve, ad un prolungamento indefinito di sopravvivenza biologica a scapito di qualità e dignità della vita stessa.
Ma non è solo di questo che vorrei riflettere.
Il tema del diritto al suicidio, assistito e non, è un tema scottante che niente ha a che fare con accanimenti terapeutici o stati vegetativi di qualunque genere. Stiamo parlando qui di persone che decidono di porre un termine preciso alla propria vita coscientemente, nel pieno delle loro facoltà mentali e cognitive. La domanda che bisogna porsi è la seguente: può l'uomo decidere come e quando morire? e se sì ha diritto a un'assistenza in questo senso? Tornando a Magri leggo che egli stesso rifiutava l'idea di una morte violenta autoprovocata per se stesso, da qui la scelta di ricorrere all'agenzia svizzera preposta allo scopo. Il regista Monicelli, altro esempio della disperazione di questi ultimi tempi, ha scelto invece questo tipo di conclusione, con tutta la violenza che ne è conseguita, forse a causa della mancanza di alternative, vista la situazione ma il concetto non cambia. Entrambi, come numerosi altri casi silenziosi perché non conosciuti ma altrettanto reali, hanno posto fine ai propri giorni in modo cosciente, dettato da una disperazione che non trovava scampo, come unica uscita da un malessere di vita negazione della vita stessa. Da un'intervista a Valentino Parlato apparsa su La Repubblica emerge il fatto che Magri temeva la vecchiaia come portatrice di malattie. Al di là della depressione annunciata sulla stampa in questi giorni di cui pare fosse affetto non so quali altre patologie interessassero l'esponente comunista e comunque non è questo che ci interessa. Ci interessa invece l'identificazione spesso erronea del binomio vecchiaia-malattia. È proprio così sicuro che la prima condizione implichi necessariamente anche la seconda? E se sì che futuro ci aspetta? Un futuro di malattia? E allora per quale ragione siamo così attaccati alla nostra vita se un destino ineluttabile ci attende? Forse sarebbe meglio morire prima? O forse possiamo sperare che certe situazioni possano accadere soltanto agli altri, ammalati come siamo, è il caso di dirlo, di un fatalismo che ci preserva dalla paura di noi stessi?
E che dire di quanti adottano il suicidio in età non sospette, come atto estremo e irripetibile di un messaggio rivolto a chi resta in un ultimo urlo disperato dovuto all'incapacità di una relazione che non è riuscita a veicolarsi per i motivi più diversi.
Le persone si suicidano, nei modi e nei tempi che ciascuno sceglie o è costretto a scegliere, a volte in modi brutali e dolorosi, dettati da una disperazione sconfinata, difficile da contenere. Nella vicina Svizzera il suicidio è possibile, a determinate condizioni, in modo indolore, assistito e cosciente. Un'equipe di medici e altri professionisti si prende cura della persona e spesso, stando ai dati forniti dall'agenzia stessa, buona parte dei candidati rinuncia ai suoi propositi. E proprio il prendersi cura penso sia la chiave della “rivoluzione copernicana” di kantiana memoria, che i professionisti sanitari dovrebbero adottare. Fino ad oggi i medici e tutti gli agenti nelle pratiche sanitarie si sono posti come obiettivo la guarigione dei propri pazienti. Tutto ciò è molto importante ma non basta. Prendersi cura di una persona, a differenza del curare, presuppone il fatto di accettare anche la sconfitta, reputata tale da quanti vogliono a tutti i costi guarire, ponendosi in un atteggiamento di accompagnamento rispettoso di quanti non hanno prospettive di guarigione. La sfida da raccogliere in questi casi è data dalla sconfitta o attenuazione, questo sì, del dolore, anche se ciò dovesse comportare l'abbreviazione della durata della vita stessa.
Non sto qui facendo un'apologia dell'eutanasia, pratica ben diversa in quanto attiva, da un lasciare andare naturalmente, qualora si verificassero i presupposti per un'impossibilità di risoluzione positiva del caso. Tutto questo dovrebbe essere preceduto da una dichiarazione del soggetto in forma di testamento biologico, attraverso il quale la persona può esercitare pienamente il proprio diritto di disporre della propria vita, suicidio compreso.


domenica 13 novembre 2011

L'ANIMA DEGLI OGGETTI

È il nostro notarli che mette gli oggetti in una stanza, la nostra abitudine che li toglie di nuovo e libera spazi per noi” (Marcel Proust – Recherche – All'ombra delle fanciulle in fiore).


Esiste una differenza non soltanto terminologica per definire le cose che ci circondano e gli oggetti che ci appartengono. Le cose ordinarie, di uso quotidiano delle quali nemmeno ci accorgiamo e di cui ci sbarazziamo facilmente non rappresentano essenzialità sulle quali valga la pena soffermarsi più di tanto.
Altro questione riguarda gli oggetti propriamente detti che, in quanto tali, ci stanno di fronte in una relazione tra soggetti, noi e loro, gli oggetti appunto.
Nel momento in cui investiamo di significato una cosa qualunque, caricandola di un valore che ci richiama a un ricordo, una persona, un vissuto particolare, dotiamo l'oggetto di un significato che trascende il valore in sé dell'oggetto stesso, come a indicare che ciò che si pone innanzi a noi è dotato di un'anima propria che è proiezione dell'immagine che viene evocata, sia essa legata a una persona o a una situazione particolare.
Viene da domandarsi se il valore che noi attribuiamo a queste cose non sia dettato più dai significati che a nostra volta siamo propensi a scorgere tra le pieghe dei nostri pensieri, in un abbandono non del tutto razionale che permetta un meta pensiero che sconfini in mondi che vanno al di là di ciò che realmente vediamo, o se pure esiste un'energia emanata da questi materiali inorganici che facilitano la nostra relazione con il mondo.